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La luna rosa di Nick Drake splende ancora

Nick Drake è stato un artista dalla sensibilità rara, sconfitto giovanissimo dai suoi demoni. La sua musica, dimenticata da vivo, è stata riscoperta nel tempo da milioni di giovani.

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Ci sono paesaggi nei quali siamo cresciuti, ai quali leghiamo ricordi che lasciano dentro di noi una cifra tale da essere formanti e renderci ciò che siamo. In un artista questo vale ancora di più. Nick Drake non poteva che nascere in Inghilterra, tra le nebbie placide e le nuvole cariche di pioggia, che si estendono su colline verdi puntellate da pozzanghere profonde. Atmosfere e paesaggi che si respirano a ogni ascolto della sua brevissima ma indubbiamente significativa produzione: appena tre album in cinque anni.

Nick da piccolo era un bambino come altri, forse un po’ taciturno e distaccato. Alla musica si avvicinò quasi subito iniziando a suonare il pianoforte nell’orchestra scolastica insieme con clarinetto e sassofono. Col passare degli anni, tanto aumentava la sua sensibilità, tanto più a fondo andava la sua conoscenza della musica, tanto meno si interessava delle materie scolastiche e delle faccende quotidiane. La prima chitarra acustica, acquistata nel 1965 per 13 sterline, fece il resto.

Negli anni in cui la musica in Inghilterra evolveva verso la psichedelia, mentre John Lennon e Yoko Ono sconquassavano l’opinione pubblica con inni di pace, Drake rimaneva fedele a quella tradizione folk che tanto amava, riuscendo a sintetizzare una poetica legata a doppio filo con la sua musica. Una musica che sgorgava dalla sua fragilità, da un profondo stato di irrequietezza e solitudine, da una depressione che cresceva assieme a riconoscimenti, impegni ed eventi. Una musica che, per quanto nascesse da un’individualità sempre più isolata, seppe entrare in risonanza con la formante di tutta quella controcultura, in arrivo dall’America, che non aveva paura di dire ciò che non funzionava, di stracciare il velo dell’apparenza.

Dopo il primo disco “Five Leaves Left”, Drake lasciò gli studi a Cambridge qualche mese prima di una laurea a cui non aveva mai creduto veramente. L’album successivo, “Bryter Layter” è attraversato da tonalità più ottimistiche, nonostante le difficoltà di Nick fossero aumentate a tal punto da fargli decidere di abbandonare le esibizioni dal vivo. I produttori erano convinti che sarebbe stata la sua definitiva consacrazione. Ma non fu così: l’album divise la critica e non coinvolse nuovo pubblico. Drake, deluso e ferito, si ritirò nel suo appartamento, da solo e sempre più distante. Convinto che la complessità dell’ultimo lavoro in studio non lo rappresentasse, s’impose di lavorare a un nuovo album.

“Pink Moon”, questo il titolo del disco, ha compiuto cinquant’anni il 25 febbraio ed è quanto di più essenziale ci possa essere: 28 minuti di chitarra e voce, con il solo pianoforte sulla title track, registrati in soli due giorni di studio. I testi traspaiono la distanza quasi spiazzante da cui ormai Nick guardava la sua vita.

Il disco è un autentico capolavoro, ma il mondo era in procinto di essere travolto dalla stella nascente di David Bowie, dalla forza del glam rock e, semplicemente, non se ne accorse. Fu l’ultimo che Drake ci ha donato prima che un’overdose di psicofarmaci lo stroncasse a soli 26 anni il 25 novembre 1974.

La sua musica, poco capita e apprezzata in vita, ebbe una rinascita dopo la sua morte, riscoperta e amata da migliaia di fan in tutto il mondo e anche in Italia, dove da qualche giorno proprio “Pink Moon” è disco d’oro.

 

di Federico Arduini

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