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La soia, il legume che sfama ma distrugge le foreste

Greenpeace avverte: la produzione di soia sta distruggendo l’Amazzonia e l’Italia è sul banco degli imputati. Piantare 1000 miliardi di alberi non basterà a compensare i disastri fatti dall’uomo.

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Il mondo green, a volte, risulta essere meno “verde” di quel che si crede. Le coltivazioni di soia, per esempio, vengono considerate da molti un’opzione vicina all’ambiente, viste come una valida alternativa alla carne. La soia però non è solo un hamburger destinato ai vegani ma un vero e proprio business che piano piano sta distruggendo l’ambiente. L’allarme è stato lanciato da Greenpeace che ricorda come l’Italia, assieme ad altri Paesi, non sia esente da colpe.

Con oltre 48 mila tonnellate di soia provenienti dalla Rondonia in Brasile, nel 2020 l’Italia è stato il terzo principale importatore dell’Ue dopo Paesi Bassi e Spagna, e tra i primi cinque principali importatori di soia dallo stato brasiliano a livello internazionale. Soia che viene utilizzata soprattutto per sfamare migliaia di capi di bestiame destinati al macello. 

L’inchiesta dell’organizzazione mostra come siano aumentate le aree dove vengono abbattuti gli alberi per la produzione di questo legume. I terreni usati per la produzione di soia non solo rimangono disboscati ma anche inutilizzabili per successive coltivazioni.

Il comparto dell’agricoltura e dell’allevamento emette, da solo, quantità enormi di gas serra a livello mondiale.

Intere piantagioni rase al suolo, intere foreste abbattute per coltivare soia ma non solo. ll disboscamento, ossia l’eliminazione (anche totale) di parte di vegetazione, avviene per motivi commerciali, per destinare nuovi terreni all’agricoltura e soprattutto per l’espansione urbana. Attività portate avanti non sempre alla luce del sole, anche da parte di organizzazioni criminali, con il tacito benestare del Governo brasiliano.

Per incentivare pratiche più sostenibili e aiutare l’ambiente ripristinando e conservando le foreste nella Cop26 si è deciso di piantare ben 1000 miliardi di alberi. Questa è sicuramente un’ottima scelta ma bisogna sapere che piantare una grande quantità di alberi non può compensare due secoli di deforestazione.

La foresta Amazzonica, il più grande polmone verde della Terra, è a serio rischio. L’importanza di questo territorio è risaputa: la sola foresta pluviale, ad esempio, immagazzina dai 90 ai 140 miliardi di tonnellate di CO2; la sua distruzione provoca il rilascio di questa sostanza nell’atmosfera causando conseguenze estremamente pericolose.

L’interesse è grande, gli obiettivi sono tanti e non da meno devono essere le azioni per raggiungerli. Bisogna fare qualcosa al più presto ma agire con criterio.

L’assenza del presidente della Cina Xi Jinping alla Cop26 (che ha “partecipato” solamente da remoto), non fa presagire nulla di buono visto che la Cina pesa per quasi il 30% sulle emissioni di CO2 prodotte globalmente. 

Gli oltre 100 paesi sono arrivati ad accordi comuni molto ambiziosi: entro il 2030 hanno annunciato il taglio del 30% delle emissioni di metano e lo stop della deforestazione grazie a un investimento da 19,2 miliardi di dollari. 

L’ormai celebre “bla bla bla” di Greta Thunberg va assolutamente trasformato in parole sensate il prima possibile.

 

di Filippo Messina

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