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Pecora Dolly

Una pecora rivoluzionaria

Era il 1996 quando sotto gli occhi degli scienziati della Roslin Institute di Edimburgo avveniva un fatto storico: la comparsa della pecora Dolly
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Una pecora rivoluzionaria

Era il 1996 quando sotto gli occhi degli scienziati della Roslin Institute di Edimburgo avveniva un fatto storico: la comparsa della pecora Dolly
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Una pecora rivoluzionaria

Era il 1996 quando sotto gli occhi degli scienziati della Roslin Institute di Edimburgo avveniva un fatto storico: la comparsa della pecora Dolly
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Era il 1996 quando sotto gli occhi degli scienziati della Roslin Institute di Edimburgo avveniva un fatto storico: la comparsa della pecora Dolly
Nel luglio del 1996, sotto gli occhi degli scienziati del Roslin Institute di Edimburgo, avveniva un fatto storico. Da una cellula uovo di una pecora di razza Scottish Blackface, privata del proprio nucleo e sostituita con quello di una cellula adulta di tessuto mammario di una pecora di razza Finn Dorset, vedeva la luce il primo esemplare di mammifero clonato. La pecora – ribattezzata Dolly in onore della cantante americana Dolly Parton – sarebbe stata presentata al mondo soltanto nel febbraio dell’anno successivo, ma la sua nascita rappresentò un passo di incredibile importanza nel campo della ricerca.Padre’ di Dolly fu l’embriologo Ian Wilmut, che da bambino sognava di lavorare nel campo navale ma che, a causa del suo daltonismo, era stato costretto a ripiegare sulla carriera scientifica. La comparsa della pecora, divenuta in breve una celebrità, creò però non poche polemiche. Se da un lato vi era chi la considerava una scoperta in grado di aprire nuovi orizzonti biologici e medici, dall’altro c’era una vasta schiera di detrattori che temeva la potenziale applicazione di tali princìpi anche sugli esseri umani. Un fronte, quest’ultimo, che annoverava illustri rappresentanti. Il presidente americano Bill Clinton decise per esempio di tagliare i fondi alla ricerca, nel timore che l’esperimento scozzese potesse ripetersi anche negli Stati Uniti. In Italia fece registrare una netta vittoria dei Sì un sondaggio nel quale si chiedeva di fermare gli esperimenti sulla clonazione umana. Il Vaticano parlò di aberrazione, mentre il mondo s’interrogava sui risvolti etici e morali, fra chi temeva improbabili clonazioni di personaggi storici controversi e chi invece teorizzava la programmazione di nascite a comando. Nel frattempo, dopo essere stata un volto da copertina, Dolly conduceva una vita tranquilla nel suo gregge al Roslin Institute, divenendo madre di sei agnelli. A sei anni dalla nascita cominciò a soffrire di artrite, alimentando il timore che gli esemplari clonati potessero sviluppare precoci sintomi di invecchiamento. Fu curata e accudita e al compimento dei sette anni morì per un’infezione polmonare. Dopo di lei altri numerosi animali sono stati generati tramite il medesimo processo, con l’obiettivo principale di evitare l’estinzione delle specie maggiormente a rischio. Proprio quest’anno lo Zoo Safari Park di San Diego ha annunciato la nascita di un puledro di cavallo di Przewalski (una razza della quale esistono pochissime unità) clonato tramite un Dna conservato per 42 anni. L’evoluzione dell’idea di Wilmut ha poi portato alla scoperta delle cellule staminali indotte – grazie alla quale il biologo Shin’ya Yamanaka ha vinto nel 2012 il premio Nobel per la medicina – le quali oggi trovano largo impiego e applicazione in contesti clinici. Alla fine, anche vivere una vita da pecora a volte può servire a cambiare il mondo. Almeno per Dolly è andata così. Di Stefano Faina e Silvio Napolitano

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