Gergiev, il maestro non è nell’anima
Velrij Gergiev, direttore d’orchestra russo, ha perso la bacchetta sia per la Scala di Milano che per la Filarmonica di Monaco perché si è rifiutato di prendere una posizione netta nei confronti di Putin. Una storia completamente diversa rispetto al “maestrissimo” Arturo Toscanini, direttore d’orchestra che si oppose al fascismo.
Gergiev, il maestro non è nell’anima
Velrij Gergiev, direttore d’orchestra russo, ha perso la bacchetta sia per la Scala di Milano che per la Filarmonica di Monaco perché si è rifiutato di prendere una posizione netta nei confronti di Putin. Una storia completamente diversa rispetto al “maestrissimo” Arturo Toscanini, direttore d’orchestra che si oppose al fascismo.
Gergiev, il maestro non è nell’anima
Velrij Gergiev, direttore d’orchestra russo, ha perso la bacchetta sia per la Scala di Milano che per la Filarmonica di Monaco perché si è rifiutato di prendere una posizione netta nei confronti di Putin. Una storia completamente diversa rispetto al “maestrissimo” Arturo Toscanini, direttore d’orchestra che si oppose al fascismo.
Valerij Gergiev ha perso la bacchetta d’orchestra sia per la Scala di Milano sia per la Filarmonica di Monaco. Curiosamente – ma non troppo, perché la Storia fa di questi scherzi – due città simbolo della nascita del fascismo da una parte e del nazismo dall’altra. Tutta colpa dell’Ucraina. Che è stata attaccata da un russo come lui. Per meglio dire, quel neo zar da cui il maestro Gergiev non ha voluto prendere le distanze: conditio sine qua non per poter continuare a svolgere la sua maestria. Maestro che non è stato quindi defenestrato in quanto russo ma perché s’è rifiutato di prendere una posizione netta contro l’aggressione dell’amico suo (il suddetto neo) all’Ucraina.
A Valerij, che per un Vlad perse la bacchetta, viene – quasi automaticamente – da ricordare quanto accadde a un altro maestro, in realtà più maestro di lui: Arturo Toscanini. Riconosciuto come il più grande di tutti i tempi per brillantezza del suono e perfezionismo nonostante dirigesse senza partitura (così mai nessuno né prima né dopo), la sera del 14 maggio 1931 il “maestrissimo” era al Teatro comunale di Bologna per un concerto in memoria di Giuseppe Martucci, direttore emerito dell’orchestra bolognese di fine Ottocento. Nonostante le pressioni, aveva però rifiutato d’inserire nel programma l’esecuzione di “Giovinezza” e della “Marcia Reale” in onore di Leandro Arpinati, ducetto locale, grande camerata di Mussolini e di vari altri gerarchi tra cui Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, futuro genero e pluriministro del duce. Per questo aveva subìto un’aggressione di collaudato stampo squadristico, da cui era stato coraggiosamente salvato dal suo autista che era riuscito a portarlo in albergo. Lì, tuttavia, era arrivato un manipolo di camicie nere bolognesi per intimargli di lasciare immediatamente la città.
Toscanini non si piegherà mai al regime, rinunciando «a dirigere in Italia finché il fascismo resterà al potere». Democraticamente, riserverà la stessa ostilità alla Germania nazista, rifiutandosi di dirigere nelle sue città oltre che in Austria. Nel 1938 delle leggi razziali si trasferirà negli Usa. «Sento la necessità di dirle quanto l’ammiri e la onori» gli scriverà Albert Einstein. «Lei non è soltanto un impareggiabile interprete della letteratura musicale mondiale, ma nella lotta contro i criminali fascisti lei ha mostrato di essere un uomo di grandissima dignità». Il “maestrissimo” rientrerà in Italia nel 1946 e l’11 maggio dirigerà alla Scala il grande e storico concerto della Liberazione. Schivo e riservato, rinuncerà alla nomina a senatore a vita conferitagli da Einaudi, chiedendo scusa al presidente con un telegramma. In perfetto stile Toscanini, insomma.
di Pino Casamassima
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