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Rovinare lo sport con il digitale

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Da qualche mese una nuova tassa invisibile grava sul mondo dello sport: inizia a impattare sui business model tradizionali dei media di settore, a erodere i guadagni delle squadre, a minarne la reputazione e persino a ledere il rapporto fra team e tifosi

Sport

Rovinare lo sport con il digitale

Da qualche mese una nuova tassa invisibile grava sul mondo dello sport: inizia a impattare sui business model tradizionali dei media di settore, a erodere i guadagni delle squadre, a minarne la reputazione e persino a ledere il rapporto fra team e tifosi

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Rovinare lo sport con il digitale

Da qualche mese una nuova tassa invisibile grava sul mondo dello sport: inizia a impattare sui business model tradizionali dei media di settore, a erodere i guadagni delle squadre, a minarne la reputazione e persino a ledere il rapporto fra team e tifosi

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Da qualche mese una nuova tassa invisibile grava sul mondo dello sport: inizia a impattare sui business model tradizionali dei media di settore, a erodere i guadagni delle squadre, a minarne la reputazione e persino a ledere il rapporto fra team e tifosi. È il mix micidiale fra disinformazione automatizzata, truffe di phishing (quelle sferrate attraverso messaggi in apparenza autorevoli, in realtà dannosi) e settore delle scommesse. Una sorta di economia parallela dell’attenzione, fotografata dall’ultima indagine di Alethea, società specializzata nel monitoraggio delle manipolazioni digitali, informazioni in primis.

Ecco come funziona. Si costruiscono reti di fanpage e siti satellite, dedicati alle squadre più note del panorama internazionale (calcio, basket, Formula 1, tennis e anche altri). Sono spazi digitali davvero simili a quelli ufficiali e sfruttano un elemento chiave: la velocità che oggi – grazie all’intelligenza artificiale – caratterizza sia il comportamento online di utenti e lettori, sia la costruzione e moltiplicazione di contenuti.

Come rovinare lo sport con il digitale: ecco le quatro esche per i tifosi

Le esche per i tifosi sono quattro, sempre le stesse.

  • La prima: falsi annunci sui cambi di orario dei match, con tifosi che partono in massa a cercare informazioni online e giornalisti che passano il tempo a smentirli;
  • La seconda: post su faide inesistenti fra atleti, subito virali;
  • La terza: contenuti su scandali inesistenti che coinvolgono i team sportivi più noti, costretti a chiarire;
  • La quarta: false dichiarazioni politiche attribuite a squadre e campioni.

La prima fase della truffa non ha bisogno di aiuti: l’indignazione social è un motore potentissimo e le esche si disseminano da sole nel web, con la reazione immediata dei follower. Dopo, invece, conta la potenza dell’architettura di ingegneria sociale e informatica che sta a monte. I titoli acchiappa-click dirottano l’utente a siti progettati per essere macchine da soldi, con pubblicità ingannevoli, phishing, false raccolte fondi per beneficenza e anche piattaforme di e-gaming e scommesse para-ufficiali che finiscono col distorcere le metriche del mercato, alterandolo. Ci sono danni economici (ogni click su questi siti è un click in meno su quelli dei media sportivi; si riducono le entrate pubblicitarie e le squadre devono investire tempo e denaro per correre ai ripari) e reputazionali (se si altera la costruzione della narrazione sportiva, il rapporto con i tifosi si sfilaccia e recuperarlo diventa sempre più difficile).

In India e Messico i due principali centri di ‘produzione’

L’indagine ha localizzato due principali centri di ‘produzione’, in India e in Messico. Tra le vittime più celebri dello sport, i circuiti Nfl (la lega professionistica Usa del football americano), Nba (idem per il basket), Nascar e Formula 1 (gare automobilistiche). L’analisi si è concentrata sugli Usa, ma il problema è mondiale. Nemmeno il calcio ne è esente e i vertici dei club stanno iniziando a correre ai ripari, puntando sulle sole due leve possibili: la prima consiste nell’integrare nei processi attività di monitoraggio del web su larga scala, per intercettare le truffe e procedere con le denunce; la seconda sta invece nell’iniziare a responsabilizzare i tifosi.

Si invoca sempre la vituperata crisi epistemica ingenerata dall’AI, ma la dura verità è che agli utenti del web, anche ai tifosi, che un contenuto sia falso o meno può addirittura non interessare. Ciò che conta è cavalcare l’onda, in un ciclo chiuso di indignazione-viralità-clickbaiting che si autoalimenta in modo ininterrotto. Si monetizza la confusione lungo l’autostrada della velocità. Dopotutto vediamo che funziona così anche con la politica internazionale, con implicazioni di ben altra scala e portata.

di Nicoletta Prandi

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