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Asocial people

Il disservizio più grande della storia: sette ore di buio di Facebook, Whatsapp e Instagram che però hanno consentito di riflettere sui problemi legati al mondo social.

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Il gigante dai piedi d’argilla. Le sette ore di buio di Facebook, Whatsapp e Instagram sono il disservizio più grave dal 2008 ma consentono di riflettere su una serie di problemi legati a questo mondo social che è di fatto un social-monopolio.

Probabilmente si è trattato di un errore umano nella configurazione dei router, a dimostrazione di come questo immenso universo virtuale in realtà soggiace alle stesse regole di fallibilità di qualsiasi altro. Ma non ha, e questo è uno dei suoi enormi limiti, la stessa regolamentazione.

Lo racconta chiaramente il dossier pubblicato dal “Wall Street Journal”, che si basa in gran parte sulle rivelazioni di una ex dipendente, Frances Haugen, che dopo aver presentato due denunce al corrispettivo americano della Consob ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’universo che fa capo a Mark Zuckerberg. Raccontando da una parte come un mondo nato per mettere in teoria tutti alla pari in realtà privilegi gli utenti considerati ‘vip’, nei confronti dei quali vengono applicati filtri ben più blandi sui contenuti pubblicati.

Ma ancora, ed è questa la parte peggiore, la ‘gola profonda’ ha spiegato come la regola che muove in particolare Facebook sia quella del profitto, a scapito anche della sicurezza. Non quella sui social, ma quella reale. In sostanza: nonostante tutte le campagne contro la violenza e l’odio diffuso attraverso i social, i contenuti che vengono privilegiati dall’algoritmo sono proprio quelli più controversi e divisivi. Perché? È facile intuirlo: perché fanno più discutere e quindi aumentano il tempo di permanenza sulle piattaforme.

Algoritmi che naturalmente possono essere modificati, ma secondo la Haugen non c’è nessun interesse a farlo. Meglio una bella rissa social che contenuti più soft. E fa nulla se così gli animi si surriscaldano e si arriva agli insulti, anzi meglio. D’altronde, fra le carte del “Wall Street Journal” c’è anche una ricerca datata 2020 e diffusa internamente che dimostra come Instagram contribuisca a rendere gli adolescenti più insicuri innanzitutto a livello fisico, ma anche per quanto riguarda la cosiddetta ‘ansia sociale’.

Materiale disponibile internamente ma rimasto riservato, almeno fino a oggi, nonostante diverse richieste ufficiali anche da parte di due senatori americani di rendere pubblici gli studi sugli effetti psicologici dei social network. Un altro rischio, evidente, è quello della dipendenza, e basta fare un giro oggi in Rete per capire come quel blackout di diverse ore in parecchi l’abbiano vissuto piuttosto male.

Come se il non poter essere online per qualche ora incidesse su stato d’animo e vita reale. Non solo fra i più giovani, peraltro. Un fenomeno che sicuramente è peggiorato con i lockdown, ma allora non si poteva uscire. Adesso sì, eppure per molti questo mondo virtuale rimane essenziale tanto quanto quello ben più concreto della realtà.

Un’altra questione che è riemersa prepotentemente nel ‘black Monday’ di Zuckerberg è che le regole sulla concorrenza qui non valgono. Crolla lui, crollano i ‘suoi’ sociale crolla tutto. Il tema è finito a più riprese nel mirino delle varie autorità antitrust, negli Stati Uniti ma pure in Europa, e con diverse sfaccettature. La questione è quella dell’abuso di posizione dominante, tanto che ad agosto il garante della concorrenza americano aveva addirittura provato a sostenere che Zuckerberg dovesse vendere Whatsapp e Instagram. Non è successo, è evidente.

Perché gli interessi in ballo sono parecchi e la materia complicata da normare. Ma non è più possibile rimandare, non è più accettabile che un mondo così vasto sfugga a regole che garantiscano la concorrenza e tutelino l’integrità laddove invece adesso tutto o quasi sembra concesso.

 

di Annalisa Grandi 

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