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Dall’intelligenza artificiale al cervello del mondo

È lo zeitgeist del XXI secolo, capace di razionalizzare la sostenibilità del pianeta ma anche di diventare una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità

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All’inizio è calcolo (matematico) con illustri iniziatori, da Willheim Sickhart (1623) a Pascal, Leibnitz e Babbage. Nel XX secolo si chiama software, nei casi più potenti sistema esperto/intelligente, poi algoritmo e infine vince l’espressione “intelligenza artificiale”, perché non sono più i programmatori che scrivono i codici ma sono gli algoritmi che ‘imparano’ da soli. Oggi, si abbrevia con IA (un acronimo che dilaga nei media e sul web) e quasi ogni attività umana dipende ormai dall’intelligenza artificiale. È lo zeitgeist del XXI secolo, diventato, con la robotica, anche un tema centrale della politica industriale dell’Unione europea.

L’intelligenza artificiale è, infatti, il cervello del 77% delle macchine (hardware) con l’obbiettivo dichiarato che ne diventi il cuore e l’anima. Come il cervello umano, l’IA deve apprendere per sembrare/essere sapiens e per azioni/decisioni frutto di ‘ragionamenti’ e, perché no, di creatività (in ogni direzione, giornalismo e poesia inclusi). Nell’area dei sentimenti, l’IA deve saper individuare le emozioni altrui; ci riesce molto bene l’androide Adam nel romanzo in contro-tempo “Macchine come me” di Ian McEwan oppure HAL 9000, ‘entità cosciente’ in “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1968).

C’è un concentrato di intelligenze artificiali quando impugniamo uno smartphone: assistente personale digitale (80 miliardi di unità nel 2023), motore di ricerca, traduttore automatico, navigatore per la strada meno congestionata, stato di salute, gestione degli elettrodomestici, et cetera. L’intelligenza artificiale ci ‘propone’ sul web un nuovo acquisto con «Forse ti potrebbe interessare anche», «Altri hanno acquistato anche questo». L’azienda fornitrice di gas ci risponde al telefono con un chatbot fatto di IA: «Buongiorno Edoardo, sono Elisa e sto imparando a parlare con te…».

L’intelligenza artificiale ha conquistato buona reputazione nel cruciale problema della sostenibilità del pianeta. È perfetta nei risparmi energetici in casa, nel traffico per il minor inquinamento possibile e nello smistamento dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, perché integra gli accumulatori ai momenti senza sole dei pannelli solari e quelli senza vento delle pale eoliche, mantenendo così un’erogazione continua. L’IA si preoccupa del pianeta rendendo intelligenti aziende industriali (l’84% ci crede), commerciali e agricole, sanità, scuola, lotta al Covid-19 e alla disinformazione, cyber-sicurezza (86% di attacchi sventati con l’IA), giustizia e difesa.

Esiste la distopica possibilità che tanto le singole IA quanto un’intelligenza artificiale globale (il cervello del mondo) diventino un giorno autonome, magari innervate di estremismi ideologici, razzismi, faziosità, addirittura dispotismi e violenze. A contrastare per primo questa possibile evoluzione è stato un genio come Stephen Hawking (che considerava l’IA una «minaccia per la sopravvivenza dell’umanità») e oggi lavorano in tal senso migliaia di esperti organizzati nel Future of Life Institute, la stessa Unione europea (che ha redatto un codice etico ad hoc) e anche l’imprenditore visionario Elon Musk («L’intelligenza artificiale può persino far scoppiare una guerra partendo dalla sua produzione di fake news»). Dunque, l’intelligenza artificiale è al servizio del bene, ma anche del male, delle bugie, delle fake news. E questa è un’altra storia. Una delle prossime.

 

di Edoardo Fleischner

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