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Centrodestra e centrosinistra: coalizioni di cartapesta

Il centrodestra si presenta unito per vincere e diviso per governare, il centrosinistra non si presenta di certo meglio: opzioni politiche nessuna delle quali all’altezza delle sfide che attendono l’Italia.

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Per un momento, i due contenitori di centrodestra e centrosinistra si sono guardati al loro interno. Il primo convocato nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore, quasi a voler nella location riproporre lo schema vittorioso del tempo che fu ma che, con un balzo nell’iperuranio, dovrebbe tornare a sguainarsi anche alle elezioni del prossimo anno. Il secondo attraverso riunioni che nel caso del Pd riportano anch’esse a stagioni passate: quelle dei partiti organismi collegiali dove si discute, ci si divide e poi si vota. Adesso il leader di turno gioca tutte e tre le parti in commedia e amen. I Cinquestelle, invece, com’è noto sono “oltre” e la linea politica la danno di volta in volta Grillo, Conte, Di Maio, i gruppi parlamentari o anche improvvise strambate di DiBattista. Uno vale uno e ognuno basta a sé stesso. Ebbenein tutti i casi si è trattato di una recita a soggetto che ha mostrato con crudezza i limiti di aggregati formalmente (e ipocritamente) unitari ma in realtà divisi su tutto. In particolare sul più importante elemento che definisce il perimetro di possibili alleanze: la politica estera. Oggi più che mai decisiva visto che indossa il cupo mantello della guerra e dei relativi posizionamenti.

Bene. La riunione di Arcore ha confermato la definitiva eclisse del Cav quale possibile federatore di una coalizione. Dall’alto del suo 20-22%, la Meloni lo incalza e al contempo delegittima, mentre Salvini lo gratifica di qualche pacca sulle spalle e finisce lì. È giusto dire, come ha fatto Berlusconi, che solo un pazzo getterebbe alle ortiche uno schieramento potenzialmente maggioritario e vittorioso nelle urne. Ma al tempo stesso solo un pazzo consegnerebbe le chiavi di un Paese alle prese con formidabili problemi politici, economici e sociali a una coalizione con tre teste, ognuna delle quali guarda in direzione opposta. Al dunque il centrodestra si propone unito per vincere e diviso per governare. La ricetta perfetta per il disastro.

Non meglio si presenta il centrosinistra. Conte continua a punzecchiare Draghi sulle armi all’Ucraina ma non ha il coraggio di avviarsi sul sentiero della crisi che rischierebbe di provocare elezioni anticipate, sapendo che ne pagherebbe un prezzo salato in termini di voti e di barricate nei gruppi parlamentari. Letta a cui bisogna riconoscere la linearità di posizioni molto serie assunte sul conflitto tra Mosca e Kiev si è barcamenato sui referendum sulla giustizia (meglio il no ma ognuno faccia come crede, ha detto) e ha fatto una generica apertura al «cambio della legge elettorale», peraltro senza mai citare il proporzionale. Forse ha voluto tenere conto del no ribadito dal centrodestra.

Beh, non ci siamo. Due coalizioni di cartapesta si gingillano sul meccanismo elettorale, di cui siamo voraci consumatori senza pari al mondo, il cui scopo è lapalissianamente quello di contare i voti. Ma qui il problema non è contarsi quanto spiegare cosa con quei voti si voglia fare. Nessuno dei due schieramenti è capace di dirlo poiché hanno opinioni divaricate praticamente su tutto. Il che significa che si andrà alle elezioni forse con qualche ritocco dal punto di vista della contabilità elettorale ma presentando ai cittadini opzioni politiche nessuna delle quali all’altezza delle sfide che attendono l’Italia.

Allora, brutalmente parlando, o i mesi che ci separano dall’apertura dei seggi, in un sussulto di responsabilità, vengono usati dalle forze politiche per smontare e ricostruire contenitori più coesi e credibili, oppure quelle stesse forze politiche verranno spazzate via. Non dal risultato elettorale bensì dalle sue conseguenze e dalla sfida della governabilità finita al macero. Meglio pensarci per tempo.

di Carlo Fusi

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