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Giorgia Meloni, la 'presidenta'

Giorgia Meloni, la ‘presidenta’

Giorgia Meloni, ottenuto il successo scontato nel braccio di ferro con Silvio Berlusconi, si trova ora di fronte al bivio più insidioso: scegliere i componenti della sua squadra (e sfuggire alle tentazioni).
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Giorgia Meloni, la ‘presidenta’

Giorgia Meloni, ottenuto il successo scontato nel braccio di ferro con Silvio Berlusconi, si trova ora di fronte al bivio più insidioso: scegliere i componenti della sua squadra (e sfuggire alle tentazioni).
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Giorgia Meloni, la ‘presidenta’

Giorgia Meloni, ottenuto il successo scontato nel braccio di ferro con Silvio Berlusconi, si trova ora di fronte al bivio più insidioso: scegliere i componenti della sua squadra (e sfuggire alle tentazioni).
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Giorgia Meloni, ottenuto il successo scontato nel braccio di ferro con Silvio Berlusconi, si trova ora di fronte al bivio più insidioso: scegliere i componenti della sua squadra (e sfuggire alle tentazioni).

Presidente o presidenta? Primus inter pares, raccordo politico nel governo e nella maggioranza oppure detentrice della poltrona di Palazzo Chigi all’insegna de «Il popolo me l’ha data, guai a chi la tocca»? È lo spartiacque politico-istituzionale che attende Giorgia Meloni; la discriminante sulla quale si giocherà il futuro di primo presidente del Consiglio donna; il limes che separa il rispetto delle prerogative sancite dalla Costituzione dalla rincorsa verso un nuovo regime che proietta l’Italia in una terra incognita.

Ottenuto il successo scontato nel braccio di ferro con Silvio Berlusconi – che peraltro per l’inevitabile sconfitta ha scelto con insipienza il terreno peggiore: i nomi e le caselle al posto della posizione politica, ad esempio di garante del rapporto con la Ue – Giorgia Meloni si trova di fronte al bivio più insidioso, la scelta che determinerà la caratura della sua avventura di capo del governo. Vero è che la Costituzione appena richiamata le assegna in queste ore un potere specifico. Tocca a lei, infatti, scegliere i componenti della squadra che l’affiancheranno secondo criteri che nessuno può contestarle, con un’autonomia che ognuno deve rispettare. Quella lista dovrà poi essere accolta dal capo dello Stato cui spetta la nomina effettiva dei ministri. Ma l’impulso lo dà lei, solo lei.

È uno stato di grazia istituzionale da Unto del Signore, che il Patriarca che le ha consegnato lo scettro del comando può ben spiegarle. Al tempo stesso tuttavia, com’è proprio dei regimi democratici dove quel potere è sottoposto alle regole del check and balance, è un periodo transeunte: dura fino a che Mattarella non le consegna l’incarico di governo e lei non ritorna al Colle con la lista dei ministri. Poi nasce l’esecutivo che, ancora Costituzione alla mano, prevede che il Consiglio dei ministri sia un organo collegiale e il suo presidente una figura di raccordo e sintesi. Il detentore di un potere di indirizzo, non un monarca che decide a suo piacimento.

Ecco dunque il punto decisivo. Meloni ha vinto su Berlusconi e costretto Salvini a un ruolo da attore non protagonista. Però quando il governo sarà allestito, la maggioranza parlamentare costituita e il voto di fiducia espresso, Meloni diventerà presidente di un esecutivo democratico di stampo occidentale; mai e poi mai potrà essere la Giorgia presidenta, capo di un consesso di stampo sudamericano. Dovrà cioè riconoscere la necessità del concorso degli alleati, non umiliarli nel ruolo di cortigiani. La sua autorevolezza e il suo prestigio si misureranno sulla capacità di smussare gli angoli e trovare coesione e unità di marcia all’atto delle decisioni da prendere. Su quanto insomma sarà politicamente abile.

A meno che Meloni non voglia provare a incistare forme di presidenzialismo di fatto – non è forse quella presidenziale la madre di tutte le riforme che la leader di FdI insegue? – sul corpo vivo di un equilibrio di tipo parlamentare. Se cioè si farà vincere dalla tentazione di prefigurare un nuovo meccanismo di comando del Paese, di tipo plebiscitario.

È una tentazione tanto insinuante quanto mefitica. Sorretta dall’idea che con il 26% del 63% (quanti sono cioè i cittadini che hanno votato) si sia guadagnata un en plain che tutto permette e niente può condizionare. Non è così, e l’auspicio è che Meloni lo capisca per tempo, adesso che la circonda un fiume di giulebbe e che la spinta a salire sul carro della vincitrice è in pieno svolgimento. Oppure che glielo facciano capire, una volta che si sarà seduta sulla poltrona più ambita d’Italia, quelli più saggi ed esperti che la circondano.

 

di Carlo Fusi

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