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Giorgia Meloni si ricorda di Fini, ma è solo un’arma elettorale

A ridosso del voto Giorgia Meloni si ricorda e riprende il moderatismo di Fini e della vecchia An. Ma tra una settimana le cose cambieranno e sopravvivrà solo una delle due Giorgia.

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Poi in extremis, a ridosso della chiusura della campagna elettorale, Giorgia Meloni cala lasso che teneva nella manica ma che si era scordata di avere: l’eredità politico-culturale di Fiuggi elaborata da Gianfranco Fini nella trasformazione da Msi in Alleanza Nazionale. Lo fa spendendo un riflesso di riluttanza. In modo abborracciato, come spesso le capita quando affronta questioni “identitarie”. Lo fa strumentalizzando quel che può; usando quel patrimonio ideale non come riflessione su di sé e sul suo mondo (ma ancora saluti romani?) bensì come randello ritorsivo verso gli avversari nella giaculatoria “E allora la sinistra, e allora il Pd?”.

Lo fa persino equivocando sui contenuti, confermando che più che viverli li ha soprattutto orecchiati: «Quando Fini definì il fascismo male assoluto non mi dissociai». Bene: due cose. Primo, il leader di An parlò di male assoluto in Israele a proposito dell’Olocausto e delle leggi razziali. Secondo, questa faccenda dell’assoluto come categoria di giudizio appartiene più alla speculazione teologica – che infatti porta a distinguere tra peccato mortale e veniale – che non alla dimensione politica, che per definizione è laica e rifiuta le categorie immanenti. Esiste il male, nel senso di scelte sbagliate e talvolta perfino tragiche, che però è tale e basta: differenziarlo con un altro presunto relativo è roba da sofisti. O da Sagunto, se si preferisce.

Torniamo a Giorgia. Può apparire contraddittorio e a tratti surreale che faccia riferimento al “moderatismo” di Fini nei giorni in cui la sinistra l’accusa di aver riattualizzato le pose da bava alla bocca, di destra estremista e sovranista a tutta Vox. Tuttavia, se si gratta la vernice della propaganda ci si accorge che se lei oggi può ambire a Palazzo Chigi è perché An ha spianato la strada con la destra di governo. E che con la destra repubblicana (o patriottica, se così Meloni preferisce) ha avuto il merito, indipendentemente dal giudizio sui risultati, di aver compiuto una revisione del suo patrimonio storico-ideale in maniera profonda e strutturale, inserendosi nel solco delle migliori tradizioni del conservatorismo europeo. E finendo con Fini, allora vicepresidente del Consiglio, che diventa anche vicepresidente della Convenzione guidata da Giscard d’Estaing che voleva scrivere la Costituzione europea.

È quel contesto che può diventare il terreno di coltura di una premiership accettata da alleati e avversari. Sono quei contenuti, opportunamente ripresi e rielaborati alla luce dei cambiamenti mondiali, che corrispondono al passaporto politico e personale più soddisfacente, senza alcuna sdoganatura fornita da altri dentro e fuori dal proprio schieramento. Ovviamente tutto questo è diserbante puro verso le sgolature sulla “pacchia che è finita”. In campagna elettorale è plausibile che Meloni allarghi la rete per catturare quanto più bottino possibile. Ma tra una settimana le cose cambieranno e solo una delle due Giorgia sopravvivrà.

Ma c’è anche un elemento più di fondo che va segnalato. Sarebbe infatti ingiusto addossare unicamente alla leader di FdI l’obbligo di fare i conti con la propria identità. Lo stesso discorso deve valere anche a sinistra. Meloni sa benissimo che il fascismo è stata un’aberrazione e un orrore; certo non lo assolve il fatto di contenere, come diceva Gobetti, almeno un pezzo di autobiografia nazionale. Ma anche il comunismo laddove si è reificato è risultato un regime sanguinario e dispotico. E questo lo sanno sia D’Alema che Bersani, per fare due nomi. Però nessuno da una parte e dall’altra ha la voglia e il coraggio di dirlo. Si tratta del macigno più pesante al collo dell’Italia.

Di Carlo Fusi

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