Il caso Crosetto
| Politica
Dopo la decisione di Guido Crosetto, sembra proprio che il mondo si sia capovolto: il “caso Vannacci” si è capovolto nel “caso Crosetto”
Il caso Crosetto
Dopo la decisione di Guido Crosetto, sembra proprio che il mondo si sia capovolto: il “caso Vannacci” si è capovolto nel “caso Crosetto”
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Il caso Crosetto
Dopo la decisione di Guido Crosetto, sembra proprio che il mondo si sia capovolto: il “caso Vannacci” si è capovolto nel “caso Crosetto”
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Il caso del generale Vannacci sembra che sia diventato il caso del ministro Crosetto. Come mai? I fatti sono noti: Roberto Vannacci, generale già a capo della Folgore, ha scritto e autopubblicato un libro, “Il mondo al contrario”, in cui esprime opinioni che poco si confanno al suo ruolo di militare (e di alto militare). Così il ministro della Difesa, dopo essersi consultato con i vertici dell’esercito, ha rimosso il generale dal suo incarico e ha avviato un esame disciplinare. Tuttavia, dopo la decisione di Guido Crosetto, sembra proprio che il mondo si sia capovolto: il generale ha riscosso gran consenso, ha ricevuto la telefonata ‘solidale’ del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, e il suo libro ha venduto in pochi giorni oltre ventimila copie.
Il ‘caso Vannacci’ si è capovolto nel ‘caso Crosetto’, appunto. Tanto che il ministro – uno dei fondatori, per altro, del partito di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia – ha dovuto illustrare le sue ragioni quasi in maniera didascalica in un’ampia intervista rilasciata al “Corriere della Sera” per difendere sé stesso ossia il ministro della Difesa. Eppure, se si prova a guardare il fatto per ciò che è, senza tifoserie politiche o pseudoculturali, il ministro non ha impedito alcun esercizio del diritto d’opinione e si è limitato a ricondurre il generale nel suo alveo professionale, dal momento che un militare non è un opinion leader. Ed eccoci al punto preciso e dolente: è possibile che un politico svolga il suo ruolo con il dovuto stile istituzionale, che per sua natura è limitato e controllabile, o si deve trasformare sempre in una sorta di capo popolo o di guru o di ideologo al potere?
Il ‘caso Crosetto’ è davvero più interessante di quanto non si immagini. E lo è per tutti. Per l’opposizione, che è portata per sua natura a concepire il mondo a propria immagine e somiglianza, come se il governo di una nazione fosse un Dio in terra. Lo è per la maggioranza di centrodestra, che è vittima di sé stessa ossia del complesso del brutto anatroccolo e quando va al governo crede di dover esprimere una sua visione del mondo, e cerca e ricerca una cosa che non si trova in cielo, in terra e in nessun luogo: l’egemonia culturale. Lo è per il capo del governo che, per quanto lavori – come dice lei stessa – su un ottovolante ventiquattr’ore su ventiquattro, dovrà dedicare la venticinquesima ora a disciplinare un po’ la sua scolaresca ministeriale. Lo è, infine, per lo stesso Crosetto che – pur rivendicando il suo ruolo istituzionale – non sempre in passato si è attenuto allo stesso stile e non ha disprezzato di assumere posizioni antieuropee con troppa nonchalance.
A ben vedere, il ‘caso Crosetto’ è il caso della vita politica italiana che ha una grande difficoltà ad esprimersi su quello che è il piano più alto e necessario della vita nazionale: il livello istituzionale in cui per forza di cose si uniscono e mediano libertà e responsabilità. Crosetto, piaccia o no alle tifoserie di destra e di sinistra, ha fatto esattamente questo e, anche dopo il ‘fuoco amico’ da destra e le strumentalizzazioni da sinistra, ha tenuto il punto. Non si dovrebbe fare la stessa cosa sui conti pubblici, le pensioni, le tasse, l’immigrazione, la pubblica amministrazione, le assunzioni, la scuola, la giustizia? La via istituzionale è la via mediana. È il sentiero che media tra due estremi. È il senso del limite che facendo rispettare l’istituto fa sì che lo stesso non sia invadente e che garantisca tutti. Se si guarda bene in fondo a questa posizione, si vedrà perfino ciò che politici e intellettuali del centrodestra cercano nel libro del generale: l’egemonia culturale (liberale).
di Giancristiano Desiderio
Foto credit:Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione – Primo Luogotenente Giuliano Grimaldi
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