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meloni al g20

Meloni al G20, una grande occasione

I temi affrontati nel G20 e i bilaterali ai massimi livelli della presidente del Consiglio sono l’opportunità per tornare a parlare di cosa conta davvero. La coerenza di Meloni sulla posizione atlantista vale più di cento inutili polemiche sui migranti
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Meloni al G20, una grande occasione

I temi affrontati nel G20 e i bilaterali ai massimi livelli della presidente del Consiglio sono l’opportunità per tornare a parlare di cosa conta davvero. La coerenza di Meloni sulla posizione atlantista vale più di cento inutili polemiche sui migranti
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Meloni al G20, una grande occasione

I temi affrontati nel G20 e i bilaterali ai massimi livelli della presidente del Consiglio sono l’opportunità per tornare a parlare di cosa conta davvero. La coerenza di Meloni sulla posizione atlantista vale più di cento inutili polemiche sui migranti
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I temi affrontati nel G20 e i bilaterali ai massimi livelli della presidente del Consiglio sono l’opportunità per tornare a parlare di cosa conta davvero. La coerenza di Meloni sulla posizione atlantista vale più di cento inutili polemiche sui migranti

I bilaterali ai massimi livelli della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in occasione del G20 di Bali, sono da leggere come grandi opportunità per stabilire i primi, fondamentali contatti e costruire rapporti imprescindibili per una grande potenza industriale come l’Italia, che resta pur sempre una media potenza regionale a livello politico. Gli incontri di ieri con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e quelli di oggi con il leader cinese Xi Jinping e il presidente indiano Narendra Modi favoriscono anche un sano bagno di realismo, dopo le giornate che abbiamo sprecato a combattere una battaglia sui migranti tutta intorno all’ombelico italiano e al proprio elettorato di riferimento. Il bel risultato è stato quello di trovarci clamorosamente isolati in Europa, al netto di un’ottima propaganda a uso social.

Crediamo che al capo del governo italiano possa aver fatto piacere non dover discutere di migranti, “musiche cambiate” e “pugni duri” (da battere più nell’aria che su inesistenti tavoli), riportando al centro dell’attenzione i temi reali su cui verrà giudicata – nessuno si offenda: tutte le cancellerie e tutti i leader sono costantemente sotto esame – l’azione di governo nel prossimo futuro. In realtà, di migranti ha velocemente parlato con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, in un colloquio definito da un alto funzionario europeo come un ‘seguito’ di quello che si è tenuto nel corso della sua visita a Bruxelles. Prima del trambusto con la Francia, sottolineiamo noi.

Del resto, l’incidente con Parigi va chiuso e anche in fretta. Le condizioni ci sono tutte e si tratta solo di compiere quei gesti intelligenti e distensivi che non costeranno la faccia proprio a nessuno e permetteranno anche all’Eliseo di rientrare nei ranghi. La strada è stata tracciata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sua telefonata di sabato scorso con Emmanuel Macron, ma ora è Giorgia Meloni che deve prendere in mano la situazione e fare il suo lavoro. Evitando magari che siano altri (in primis il suo ministro delle Infrastrutture) a decidere l’agenda politica del governo con un tweet ben assestato al momento giusto.

Il G20 dovrebbe essere anche l’occasione per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana – e della stampa – sul reale ordine di priorità che ci si prospetta, mentre abbiamo deciso di immolarci su un singolo tema per mere esigenze di propaganda di qualcuno. È sulla capacità della diplomazia di trovare una via d’uscita al conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina che si misurerà il mondo nei mesi a venire, il resto è corollario e conseguenza. Oltretutto, negli ultimi giorni i segnali da saper cogliere ci sono: il vertice Biden-Xi ha rimesso faccia a faccia le due superpotenze e relegato la Russia in una scontata e inevitabile posizione periferica e subordinata. Vladimir Putin non potrà che farci i conti, al netto di tutte le sue volgari spacconate. Pechino non ha ancora fatto pressioni dirette su Mosca perché si sieda a un tavolo delle trattative in modo costruttivo, ma il vento gelido cinese via Bali non sarà sfuggito al Cremlino. Gli Stati Uniti, peraltro, non hanno esitato a contattare direttamente i russi – attraverso i rispettivi servizi segreti nel vertice in Turchia – a riprova che la strategia sta funzionando: appoggiare Kiev, anche militarmente, per costringere Putin ad accettare una trattativa, spingendolo a considerare preferibile il parlare con Zelensky a una guerra di logoramento dall’esito oltretutto sempre più incerto. Lo stesso presidente ucraino, nella sua giornata trionfale di Kherson, ha lanciato inequivocabili segnali di disponibilità al dialogo. Su quanto siano ‘sinceri’ e ‘indotti’ c’è da ragionare, ma questa è solo parte della stessa storia.

Se c’è un piano su cui il governo italiano ha ottime carte da giocare con gli alleati occidentali e anche nei confronti dei cinesi è proprio la crisi ucraina. Se lo ricordino la presidente del Consiglio e la sua movimentata maggioranza: l’assoluta coerenza di Giorgia Meloni al rigido atlantismo impostato dall’esecutivo Draghi vale cento inutili polemiche sui migranti.

Di Fulvio Giuliani

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