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Dietro quelle sbarre

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La verità è che nel sistema carcerario italiano ci sono problemi enormi da anni, a cominciare dagli stipendi bassi

Dietro quelle sbarre

La verità è che nel sistema carcerario italiano ci sono problemi enormi da anni, a cominciare dagli stipendi bassi
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Dietro quelle sbarre

La verità è che nel sistema carcerario italiano ci sono problemi enormi da anni, a cominciare dagli stipendi bassi
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Ci sono fatti di cronaca che riaccendono i riflettori su temi e problemi che si trascinano da decenni. L’arresto di Matteo Messina Denaro ha riportato all’attualità la questione delle carceri, del lavoro di chi ogni giorno si occupa dei detenuti. Un lavoro difficile ma fondamentale, che spesso non rappresenta la massima ambizione di chi lo svolge. Iniziamo col chiarire un concetto: quello che succede con i detenuti al 41bis fa parte di un sistema diverso. Di loro si occupa il Gom, un gruppo operativo speciale. E chi lavora nelle carceri racconta che proprio in quelle sezioni i problemi sono minori. Naturalmente, verrebbe da dire, perché lì stanno i più pericolosi e non ci si può permettere che il meccanismo abbia delle falle. Non che per i detenuti normali, e per la Polizia penitenziaria impegnata nelle sezioni ordinarie, sia accettabile. Ma la realtà è che c’è un problema enorme da anni, a cominciare ovviamente dal fatto che stipendi bassi corrispondono a motivazioni basse e così alla fine chi può se ne va o cerca di trovare collocazione altrove. A questo si aggiungono limiti di azione che si scontrano con il fatto che la tecnologia aiuta anche i detenuti: pochi giorni fa nel penitenziario di Sulmona sono stati sequestrati diversi telefoni cellulari arrivati tramite dei droni. Per di più, incredibile ma vero, non sono stati ancora installati sistemi che impediscano ai telefonini di funzionare dentro un carcere. C’è poi il tema sanitario: in passato il personale medico era interno al carcere, ora è esterno e dipende dalle varie Asl. Cosa comporta ce lo spiegano con un esempio: se un detenuto si ferisce da solo in un modo che non mette in pericolo la sua vita, il medico può decidere comunque che sia meglio curarlo all’esterno. Ma trasferirlo significa intanto utilizzare personale (già sotto organico) e pure correre qualche rischio in termini di sicurezza e ordine pubblico. La ricaduta sul personale è rilevante perché si somma a situazioni da sempre problematiche, che ogni tanto riemergono ma sostanzialmente sono rimaste invariate nei decenni. Così si rischia che nei penitenziari non ci finisca a lavorare chi desidera farlo ma solo chi non ha altre alternative. Se ne parla solo quando ci sono arresti eccellenti o emergono episodi di violenza all’interno dei penitenziari. Invece bisognerebbe affrontare il tema, una volta per tutte. E non soltanto a suon di proclami. Di Annalisa Grandi

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