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Romania, notte al confine

Storie italiane a Siret, piccolo villaggio a nord della Romania al confine con l’Ucraina e diventato crocevia per l’esodo degli ucraini che scappano verso il Sud Europa. Per ogni persona che scappa, ce n’è un’altra pronta a ritornare nella propria terra.

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Siret, Nord della Romania. Un piccolo villaggio di frontiera, povero, diventato il crocevia per l’esodo degli ucraini che scappano verso il Sud Europa. È da qui che ogni giorno donne e bambini valicano le porte dell’Unione europea per sfuggire all’avanzata russa, mentre gli uomini accompagnano le loro famiglie per poi tornare indietro e restare nel proprio Paese per combattere.

I più fortunati – una volta passata la coda di auto in fila nell’Oblast di Černivci – attendono un passaggio ponte (molto spesso offerto dai volontari presenti a Siret) verso l’aeroporto di Suceava, il più grande centro abitato della zona. La storia è diversa per chi arriva senza avere il denaro e la possibilità di proseguire il proprio viaggio.

La notte di Siret è fatta di tende, compartimenti divisi a seconda del settore: c’è la tensostruttura per mamme e bambini, quella per trovare ristoro, quella per riposare alcune notti prima di ripartire, c’è perfino quella col nome del Paese che si vuole raggiungere. C’è anche la tendaItalia”. La temperatura nella notte tocca i -5 gradi, nevica. Non è facile reggere il clima per categorie fragili come anziani, donne e bambini. Il traffico di persone sul confine di Siret si attesta su una media di 6mila persone al giorno: cifra inevitabilmente destinata a crescere.

Per ogni persona che lascia l’Ucraina per approdare in Romania, ce n’è un’altra pronta a ritornare nella propria terra. Chi giunge a Siret dai Paesi europei approfitta del corridoio verde per raggiungere le città ucraine da rifornire di provviste, mezzi di primo sostentamento e oggetti di ogni genere.

È il caso del 23enne ucraino Nikita Balaktar, che vive in Italia e che insieme a suo padre è riuscito a portare da Verbania a Černivci camion pieni di viveri oltre a gilet antiproiettile (gentilmente concessi dalla polizia penitenziaria e dall’arma dei carabinieri del Vco). «Siamo riusciti a recuperare anche le mie due nonne» dice, mentre dall’altra parte del confine suo padre lo avvisa del suo imminente rientro e della buona riuscita della missione umanitaria. Come Nik anche Viktoria, figlia di un ex generale dell’esercito sovietico, arrivata al confine per abbracciare la sorella scappata da Charkiv e condurla a Roma, dove vive da anni. Storie di confine, come quella di Marius, un volontario originario di Suceava, da 20 anni in Veneto, adesso impegnato ogni notte nella missione umanitaria insieme a Giuseppe, interprete, che ha ancora nella mente l’immagine di un 70enne ucraino in lacrime dopo aver passato la frontiera dopo 4 giorni di attesa.

 

di Francesco Leone

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