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Elvis, il film sul re del rock che conquista il botteghino e i fan (tra qualche sbuffo)

Elvis, il film  appena uscito nelle sale, interpretato da un magistrale Austin Butler, ha riportato le persone al cinema. Noi lo abbiamo visto assieme al fan club italiano tra molti entusiasmi e qualche perplessità. Elvis resta un mito intramontabile, trasversale, per alcuni una vera ossessione. A lui si deve la nascita del fanatismo

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Guardare “Elvis”, il film biografia di Baz Luhrmann  sulla vita del re del rock appena uscito al cinema, in una sala affittata per intero dal fan club italiano a lui dedicato è un’esperienza nell’esperienza. Il caso mi fa sedere vicina a una signora sulla quarantina che, con sé, ha portato anche le figlie piccole (una sulla decina, l’altra 5 anni?) che per quasi tutte le tre ore che dura la pellicola restano in religioso silenzio. Solo sul finale, quando la madre comincia a singhiozzare e tirare su il naso, percepisco il loro vociare in sottofondo, forse, un po’ preoccupato. Si accendono le luci, scorrono i titoli di coda, qualcuno che ha già visto il film un paio di volte anche se è uscito solo due giorni prima, grida a quelli che si stanno alzando “Aspettate, c’è una sorpresa alla fine dei titoli di coda!”. Ci risediamo tutti. La signora al mio fianco si sta soffiando il naso, la guardo con un filo di imbarazzo. Avrei voglia di gridarle in faccia: “Non si vergogna a piangere così davanti alle sue bimbe per un cantante morto 45 anni fa? E lo sa che là fuori c’è una guerra con ragioni reali per lasciarsi andare alla disperazione?”. 

Poi mi ricordo. Mi ricordo che anche io ho pianto per Elvis. Certo con qualche attenuante più: avevo 16 anni,  non avevo figli e mi trovavo a Memphis, davanti alla tomba di The King, a Graceland, nella sua casa-museo, la seconda dimora più visitata al mondo dopo la Casa Bianca. 

“Elvis” è un film piacevole e va visto, soprattutto da chi non conosce la sua storia anche se – va detto – ci sono parecchie storpiature ben lontane dalla verità fattuale e omissis che invece avrebbero meritato di essere raccontati. Si esce per esempio dal cinema, senza capire il perché di certi nomignoli e l’acronimo “TCB”, molto significativo per Presley tanto da comparire anche nel film, che stava per “taking care of business” (avere a cuore gli affari).

E’ un film utile ad avvicinare i giovani alla figura di quest’uomo dal fascino intramontabile, che è ancora fonte immensa di guadagni per l’ex moglie Priscilla Presley e tutto l’entourage che lo seguiva. Elvis scomparse a soli 42 anni il 16 agosto del 1977 dopo aver avuto un malore legato all’abuso di farmaci che assumeva per gestire una vita troppo complicata per chiunque. Un successo che ha schiacciato molte star, soprattutto quelle divenute famosissime molto giovani, come Michael Jackson che da Elvis era così ossessionato da arrivare a sposarsi con la figlia, Lisa Marie Presley.

Dopo il film di qualche anno fa che raccontava l’ incontro tra Elvis e il presidente Richard Nixon (in questa pellicola nemmeno citato), è con immenso ritardo che arriva sul grande schermo il primo vero film hollywoodiano sulla sua vita. E’ il colonello-aguzzino Tom Parker, suo manager, a raccontarla in prima persona e a chiudere con un interrogativo che ha lasciato non poche perplessità tra i milioni di fan in giro per il mondo: sono stati i fan, a loro modo, involontariamente a uccidere Elvis, portandolo allo stremo, costringendolo a un concerto dopo l’altro, perché mai sazi di lui?

Non c’è una sola risposta, non c’è un unico colpevole. Fermo restando che il primo responsabile della sua dipartita prematura resterà sempre  lui, Elvis. 

Il filone delle biografie sui miti della musica si dimostra ancora una volta garanzia di successo, tant’è che la pellicola è già campione di incassi e prima in Italia. Tuttavia “Elvis” non è un prodotto altrettanto ben riuscito, se paragonato per esempio a Bohemian Rhapsody in cui si racconta la storia di Freddie Mercury con una sceneggiatura più accurata e avvincente. In Elvis c’è troppa musica, troppa storia americana, tanto da mettere a tratti ai margini quella del cantante. 

Forse la vita di Elvis Presley, seppur breve, è stata troppo vita per essere raccontata in un unico film. Forse è una buona scusa che i fan si raccontano perché gli venga presto dedicata un’intera serie Netflix. Perché una cosa è vera: di lui,  non ne hanno mai abbastanza.

4

VOTO:

aspetti positivi
Finalmente un film su Elvis, che permette alle nuove generazioni di non dimenticarlo. Molto bravo l’attore principale a interpretare il re del rock, soprattutto nella sua fase da trentenne dove la somiglianza si fa ancora più evidente.

Aspetti negativi
Troppe alterazioni della verità non necessarie. La vita di Elvis è stata avvincente e piena di colpi di scena, che bisogno c’era di alterare la realtà? Molte imprecisioni che i fan non perdonano agli sceneggiatori. Il film poteva essere incentrato solo su di lui, invece si è dato molto spazio anche al vissuto del colonello Tom Parker, il suo manager.

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