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Test di medicina, faro nel mare o sole di Icaro?

L’ingresso alla Facoltà di Medicina è solo uno dei tanti esempi di mancanza di empatia e comprensione nei confronti dei giovani in Italia. Qual è il confine fra ordinaria selezione e spietata insensatezza?

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Immersa nello studio per il famigerato concorso di ammissione alla Facoltà di Medicina, ho voluto interrompermi per rendere meglio nota una sensazione chiacchierata da molti e sperimentata da pochi. Sfuggo l’intento di suscitare compassione, ben consapevole di quanto oggi sia rara ogni forma di empatia, in particolare quando i suoi destinatari dovrebbero essere i giovani.

“Il futuro del nostro Paese”, “La nuova classe dirigente”, “I cervelli in fuga” sono titoli divenuti trite parole, incapaci di porre l’accento sulle problematicità reali che i ragazzi d’oggi devono fronteggiare. Fino a quando non ci si ritrova ad essere vicini – come genitori, ad esempio – a diciannovenni sognanti che si scontrano con mura troppo alte, anche per un Polifemo, è difficile comprendere cosa significhi subire la sorte di Icaro ancora prima di decollare.

Reco l’esempio dell’entrata alla Facoltà di Medicina, tuttavia potrei annoverare molteplici casi simili.
Conosco bene l’obiezione sollecitata da questa mia rimostranza: i giovani devono uscire dalla bolla creata a loro misura, vi è la necessità che non siano più maneggiati con cura, che sfidino i loro limiti.
Concordo con tale affermazione, eppure il mio interrogativo è diverso: non è sufficiente l’itinere per correggere i nostri angoli di tiro?

Selezionare 14.020 candidati su un totale di 77.376 è ordinaria selezione o spietata insensatezza, travestita da consuetudine? Questo concorso sceglie una persona su cinque e ci priva di almeno due dei restanti aspiranti medici che – non per lacuna di resilienza bensì per voracità di vita – il prossimo anno non riproveranno questo test.

Avrebbero certamente potuto giovare alla nostra salute, il che sappiamo quanto sia prezioso, oggi più che mai; non lo faranno, si limiteranno a sentirsi ossi di seppia, prima di riprendere il mare sotto altre spoglie.

 

di Ginevra Pizzinato

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