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La vittoria è battere i propri mostri

La Biles torna e va sul podio

Mai come in questi giorni, i Giochi Olimpici raccontano storie che vanno oltre le imprese sportive.
C’è tanto altro nel bronzo di Simone Biles.

Come un’Araba Fenice, la 24enne ginnasta americana è tornata in pedana pochi giorni dopo aver annunciato di volersi fermare per combattere i ‘demoni’ nella sua testa, quei twisties che improvvisamente le facevano perdere equilibrio e senso dello spazio.

Simone ha sfidato le sue paure nell’attrezzo che meno ama – la trave – per conquistare un podio che racconta una storia di resilienza come tante ne abbiamo viste in questi giorni.
Quelle di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi, di Vanessa Ferrari e Federica Pellegrini. Storie che racchiudono molto più dell’immenso significato che già una medaglia olimpica porta con sé.

Nelle Olimpiadi senza pubblico, segnate dall’emergenza Covid, tutti questi volti, tra cui quello finalmente sorridente della Biles, sono il simbolo di uno sport che oggi non è più solo allenamento e abnegazione ma anche coraggio nel confrontarsi con un limite che non sta nel fisico ma nella testa.

Non a caso Tamberi e Jacobs dopo quei dieci minuti di trionfo che tutta l’Italia sportiva ricorderà hanno ringraziato i loro mental coach.
Prima c’erano gli allenatori, punto.
Ora quelli che arrivano al gradino più alto del podio lo fanno avendo combattuto non solo con centimetri o decimi di secondo ma anche con le proprie paure, con i propri mostri irrisolti. Senza più pudore nel raccontarli.

E questo fa bene a tutti, non solo allo sport.

 

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