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Bonus a nulla

Offrire bonus a casaccio senza valutarne minimamente l’efficacia per il futuro del Paese è una tradizione da abolire. Non bisogna prendere in giro i contribuenti.

I bonus andrebbero cancellati non solo dalla realtà, ma anche dal linguaggio della politica.
Hanno un insopportabile sapore di regalia sparata senza neanche prendere bene la mira. Buttati lì per la gioia di averli elargiti, senza saperne valutare gli effetti in termini di efficacia e crescita. Bonus a nulla.

Il governo Renzi (Pd) ne fece una scorpacciata: il bonus in busta paga solo ad alcuni, al posto di una seria riforma fiscale, con il risultato, pessimo, di doverlo iscrivere a spesa anziché a sgravio; quello per gli insegnanti che avrebbero potuto comprare libri o computer, così finanziando molti consumi che con la didattica e la cultura avevano nulla a che vedere; il bonus per andare a teatro, che non poteva certo escludere altre forme di spettacolo, e il mitico premio per essere riusciti ad arrivare a diciotto anni senza defungere prima, che come incentivo al merito e al guadagnarsi i soldi che si spendono era una specie di summa dell’assistenzialismo.

Nulla di tutto questo ha dato risultati economici, se non far crescere il debito. Ma, almeno, si cercava ogni volta di trovare una nobile motivazione per distribuire la pecunia del contribuente. Ora la pratica s’è evoluta, perdendo l’ipocrisia, e il ministro Patuanelli (5S) non si fa scrupolo di dire: il mio partito è in crisi di consensi al Nord, quindi diamo un bonus agli imprenditori.

Che se non brilla per precisione descrittiva dei cittadini del Nord ha il pregio della sfacciata sincerità. Giusto per non dimenticare nessuno, il governo Berlusconi (FI) ideò la social card, antenato moderato del reddito di cittadinanza, innanzi al quale impallidisce per la portata. Tutti convinti che la povertà si contrasti non facendo crescere la ricchezza e mettendo tutti nelle condizioni di contribuire, ma distribuendo quella raccolta dai contribuenti o accumulata quale debito futuro.

Degli effetti distorsivi e depressivi di una simile convinzione s’è già scritto, ricordando che l’assistenzialismo uccide, sicché non ci si torna. Tutta questa roba serve a ricordare che se si vuol fare una seria riforma fiscale, come il governo si propone, occorre cancellare i bonus e dar vita a un fisco buono.

E il primo passo è non prendere in giro: noi contribuenti che paghiamo sappiamo di doverlo fare ancora in futuro e in misura che già ci sembra eccessiva, come sappiamo che il solo modo per far scendere quel peso – come ha ricordato il ministro Franco – è tagliare la spesa corrente improduttiva. Ma c’è di più. Un sistema fiscale funzionante non ha solo bisogno d’essere disegnato, deve anche restare stabile nel tempo. Deve essere credibile e su quello devono potere fondare i propri programmi tanto le imprese quanto le famiglie.

Se, come sarebbe bene, se ne vuole uno meno gravoso non serve far sparate d’improbabili e favolose discese, ma disegnare un percorso fissandone le tappe. Sapendo che il debito non solo lo spinge in alto, ma fa prevedere che continuerà a lievitare e, quindi, a parte la parentesi Covid, lo si deve far scendere. Tutti obiettivi conseguibili, ma a condizione che i governi di domani non s’industrino a smontare quel che fanno i governi di oggi.

Ed è questa l’occasione che il governo Draghi offre: ne fanno parte quasi tutti, pertanto la riforma di oggi sia confermata anche come impegno di domani, chiunque vinca le future elezioni. Intanto cancellando la parola bonus dal vocabolario della politica. Almeno di quella seria.

 

di Davide Giacalone

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