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Discriminazione del ciuccio

Non leggete questa storia. Non è bella. Però ve la racconto ugualmente.

Mentre il telefono squilla, già superbi veli di prosciutto pregiato mi si sciolgono in bocca, vanitoso caviale scoppietta tra i denti e assiette di formaggi mi deliziano. Tocco il fresco riflesso di un bicchiere dove bollicine giocano fuochi d’artificio in miniatura. Già, una festa per onorare i nostri cinque anni di matrimonio. Una cascata di fiori e un pranzo speciale.

Il locale è perfetto, mentre alcuni lo ritengono un po’ kitsch; io invece trovo i suoi muri esplosi di fiori una vera allegria. E che il bouquet, che imbriglia due facciate ad angolo, sia totalmente di plastica non incide sul senso di gioia che tanto colore trasmette. Tempo addietro vi ho consumato una piacevole colazione.

Il personale ai tavoli è gentilissimo mentre scivola veloce con i vassoi. La loro divisa con cappelli rosa a falda larga è divinamente glamour. Ingenua, ho scordato il detto che recita «Non ci son rose senza spine». Avrei dovuto attendere l’esito della chiamata:«C’è posto, però non accettiamo bambini in carrozzina». Ringrazio, riaggancio. Poi mi monta dentro un qualcosa. Guardate, non è rabbia. Anzi, quando non avevo figli spesso non capivo perché nelle spa dovessi sorbirmi l’assurdo connubio di musica rilassante e mocciosi urlanti.

Però mi monta dentro. Ma come? A peperini ogni Tg ricorda il problema del calo demografico. Per non parlare di tutta la faccenda della pandemia che ha frenato l’arrivo di bebè. Ma in questo ristorante mia figlia di nove mesi non è accettata. Mi monta che nemmeno la panna con il Kitchen Aid. E quando monta c’è solo una cosa da fare: iniziare a cercare.

Allora: alcune compagnie di volo hanno bandito il classico«Signore e signori, benvenuti a bordo» per non discriminare e urtare sensibilità. Bene. Io invece non posso pranzare in un posto con mia figlia perché ha ancora il ciuccio. Sempre per non discriminare, sul palco, nei panel e agli eventi devono esserci tanti uomini quante donne.

Ma mia figlia non è accettata tra i tavoli di un ristorante. Così mi metto di punta. Vengo a conoscenza che non è questione di spazio e misure anti Covid. In questo ristorante non accettano bambini fino a 12 anni né animali. Ormai la panna è diventata burro. Lo so, conosco la differenza che c’è tra luogo pubblico e luogo aperto al pubblico. So che probabilmente possono farlo e qualcuno è comprensibilmente contento di non avere infanti che scagazzano e piangono.

Però cari miei, se passa il principio che un bar-ristorante può fare selezione del pubblico significa – per esempio – che domani potrebbero decidere di non far entrare gli over80. Così, perché si sa che sono tutti un po’ sordarelli e con i loro discorsi ad alta voce potrebbero disturbare. Non continuo, avete già capito dove con un po’ di logica filosofica potrebbe arrivare il concetto.

Vi avevo detto che non era una bella storia. Vi ho mentito. Perché mi sono voltata verso gli occhi più luminosi del mondo e le ho detto: «Non ci vogliono, antipatici. Ma sai, ci importa nulla, andiamo in un posto più bello. E forse più giusto». Così è stato.

 

di Laura Malfatto

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