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I talebani alla prova del governo dell’Afghanistan

Una difficile sintesi fra i diversi gruppi di interesse e tribali

Del drammatico epilogo di vent’anni di guerra in Afghanistan si è già scritto molto. Delle scelte discutibili e controverse prese dalle ultime due amministrazioni statunitensi in questo teatro si continuerà a scrivere ancora a lungo. Nel frattempo, però, in Afghanistan tocca ai talebani dimostrare di avere successo laddove la comunità internazionale ha fallito.

Hanno vinto la guerra e ora tocca a loro dimostrare di essere in grado di vincere anche la pace. Fino a ieri, il gruppo ha potuto cavalcare le debolezze del sistema. Ora si trova a imparare sulla propria pelle quanto possa essere difficile ricomporre a sintesi queste variabili.

Ciò significa, innanzi tutto, mettere ordine a casa propria.
L’Ufficio di Doha, che abbiamo imparato a conoscere grazie alle photo opportunity del capo negoziatore, il Mullah Baradar, è solo il volto pubblico e diplomatico della meno nota leadership politica.

Lotte intestine per questioni di potere e divergenze tribali hanno in questi anni creato delle spaccature all’interno degli stessi vertici e hanno reso sempre più complicato per il nucleo centrale controllare gli uomini sul terreno. Dopo anni di insorgenza, il gruppo ben sa quanto sia importante poter contare sull’appoggio di comandanti locali e livelli intermedi nella scala gerarchica per assicurarsi il controllo capillare del Paese.

Per i talebani, dunque, sarà fondamentale distribuire le carte in modo equo tra i diversi gruppi di interesse interni. Si parla già di un consiglio direttivo per il futuro governo, formato dai rampolli più o meno giovani delle famiglie più potenti. In primis, quella dello storico fondatore, Mullah Omar, e quella degli Haqqani, il network che ha dato man forte all’insorgenza talebana in questi anni e che ora vuole inevitabilmente incassare il credito. In seconda battuta, quelle figure di medio livello che si sono allontanate dai vertici per incompatibilità di vedute, ma che possono ora tornare utili per scongiurare l’emersione di pericolose lotte intestine. Tanto meglio, poi, se hanno anche ottimi contatti con gli influenti vicini.

L’interlocuzione con le altre forze politiche afghane è l’altra faccia della medaglia dei talebani, proclamatisi vincitori della guerra. Sia per rendere sostenibile agli occhi esterni l’operazione di maturazione politica, sia per scongiurare la formazione di diversi fronti di opposizione al governo talebano. Se per senso di responsabilità o per opportunità politica, alcuni leader politici afghani sembrano aver accolto positivamente la possibilità di dare un senso compiuto al dialogo intra-afghano.

L’ex presidente Hamid Karzai si è intestato l’arduo compito di arrivare a un governo di larghe intese. Condivide con il Mullah Baradar l’origine tribale, ha una longeva esperienza politica e ottimi rapporti all’estero. Potrebbe essere il re di quadri su cui la leadership talebana decide di scommettere per provare a fare i compiti a casa ed evitare di imparare a proprie spese cosa significhi la famosa frase: l’Afghanistan è il cimitero degli imperi.

 

di Andrea Margelletti
Presidente del Centro Studi Internazionali

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