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Le molte e severe lezioni dell’Afghanistan

Il collasso di Kabul pesa moralmente sull’Occidente, ma presto i problemi saranno pratici. Un territorio a disposizione dei terroristi e l’esodo dei profughi.  L’analisi di Andrea Margelletti sull’Afghanistan

«Come uomo, ho provato un dolore terribile. Per me, che sono stato in Afghanistan tante volte, vedere il fallimento del nostro lavoro è insostenibile». Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, è uno degli analisti più apprezzati del nostro Paese.

Pur abituato alla durezza della politica estera, questa volta non riesce proprio a nascondere rabbia e disillusione. «Se ci fossimo seduti a un tavolo – osserva – mettendo al centro l’attenzione all’umanità delle persone, forse saremmo riusciti non dico ad arrestare il collasso ma almeno a garantirci un’uscita di scena più dignitosa. Fossi Joe Biden, caccerei via tutti, perché è inammissibile quello che è accaduto. Lo sapevano tutti che il castello sarebbe crollato in un istante. Quando l’amministrazione Trump ha siglato gli accordi a Doha con i talebani, il cosiddetto governo afghano si è sentito abbandonato. Perché mai i suoi uomini avrebbero dovuto combattere, dopo che il principale alleato ti ha voltato le spalle? Se ci arriviamo noi, è folle che non lo capiscano i servizi segreti americani. A meno che la Casa Bianca abbia semplicemente preferito sentire solo ciò che voleva sentire».

Margelletti continua: «Il dolore è determinato anche da quelle immagini. Il ‘falling man’ precipitato dall’aereo in fase di decollo oppure i corpi congelati nei vani carrelli dei velivoli».

Poi prende una pausa: «Sin qui l’uomo, mentre l’analista comprende che non sia né logico né giusto restare all’infinito. Però non è neppure possibile perdere il filo del perché si sia stati lì per vent’anni (a un certo punto, l’unica strategia degli americani era andare via). Devo aggiungere, da atlantista convinto e amico da sempre degli Usa, quanto mi dispiaccia sentire Biden parlare solo di “noi, noi, noi” quando in Afghanistan ha operato una coalizione. Una coalizione che ha perso centinaia di uomini, non solo americani. Se ci fosse stata una parola anche per gli alleati, fra cui noi italiani, male non sarebbe stato».

Un parallelo Kabul-Saigon è inevitabile: «Da bambino ho vissuto la caduta di Saigon alla tv, era il 1975. Quasi cinquant’anni dopo facciamo le cose peggio, per un problema culturale. In particolare, gli Stati Uniti d’America hanno un enorme limite. Sappiamo tutti come abbiano addirittura nell’inno “land of freedom, land of brave” e in Costituzione la ricerca e il diritto alla felicità. È l’idea che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili e che tutti aspirino necessariamente a diventare come noi. Non è così. Non tutti vogliono essere figli di Benjamin Franklin, Disraelli o Cavour. Non tutti hanno lo stesso sistema valoriale e non tutti abbracciano il nostro una volta che l’hanno conosciuto. Per gli americani è inconcepibile che qualcuno non voglia essere come noi. Dovremmo finalmente capire, quando andiamo in altri Paesi, che possiamo aiutarli a migliorare, ma all’interno del perimetro del loro sistema».

L’amarezza per quanto appena avvenuto in Afghanistan cede il posto all’indignazione: «È mai possibile che nel nostro mondo, quello che ha sviluppato il concetto di meritocrazia, siano stati chiamati a ricoprire incarichi di incredibile delicatezza dei veri e propri mentecatti? E che dopo questo fallimento nessuno chieda loro conto delle scelte sbagliate? È sulla questione morale che, per la prima volta, l’Occidente è in discussione nel mondo. Dopo vent’anni al fianco di un governo creato da noi, andiamo a fare un accordo con coloro che fino a un momento prima bombardavamo, dicendo loro: “Basta che ci fate andare via ordinatamente, per noi non ci sono problemi”».

Quanto alla questione profughi, il presidente del Cesi è lapidario: «Dai talebani non dobbiamo aspettarci collaborazione. Innanzitutto, vorranno dare l’esempio punendo almeno una parte di quelli che hanno collaborato con gli occidentali. Quanto ai corridoi umanitari, ci vogliono tanti soldati sul terreno. È certo, però, che nel giro di settimane e mesi arriveranno tantissimi afghani a bussare alle porte dell’Europa. In questi giorni, ho letto tweet molto belli e partecipati della nostra classe politica, carichi di indignazione e solidarietà. Vorrò vedere – una volta che l’attenzione sarà scemata, ma con decine di migliaia di profughi sulla soglia di casa nostra – la coerenza fra i tweet di questi giorni e quelli che leggeremo».

Conclude Margelletti: «Con il ritorno dei talebani il disastro umanitario è acclarato, ma ora da analista devo guardare avanti. Quando sono stati forti Al Qaeda e l’Isis? Quando avevano uno spazio in cui svilupparsi e organizzarsi. In Afghanistan, Siria e Iraq. Abbiamo riconsegnato a un nuovo Emirato islamico, nella sua forma più estremista, un Paese intero. Non credo proprio che i talebani abbiano alcun interesse a fare attentati in Europa, ma tutti gli altri che potrebbero volerlo fare hanno ora a disposizione un luogo dove potersi incontrare e organizzare. Dovesse accadere da qualche parte – speriamo di no – un nuovo Bataclan, dovrà esserci un leader occidentale chiamato a rispondere di tutto questo».

 

di Fulvio Giuliani

 

 

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