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L’insostenibile pesantezza dell’Italia che non legge

Soltanto il 40% di noi apre almeno un libro all’anno

Leggere per conoscere. Conoscere per deliberare. La virtuosa sequenza partirebbe dal leggere.

Ahinoi, una pratica seguita da soltanto quattro italiani su dieci (dai 6 anni in su, conteggiati dall’Istat anche se leggono un libro all’anno, non di studio o lavoro), mentre un consolatorio e striminzito 16% ne legge almeno 12 l’anno (Aie).

La curva della percentuale dei lettori italiani negli ultimi vent’anni è desolante. Parte dal 38,6% del 2000, sale faticosamente per dieci anni raggiungendo solo il 46,8% (2010), poi scende spietatamente per altri dieci anni e si accascia intorno al 40%. Né l’impennata mondiale della lettura causa lockdown nel 2020 (+35%) ha cambiato stabilmente le cose in Italia.

D’altronde solo il 30% degli italiani legge quotidiani di carta e online (+14 anni, Audipress 2019/II). Ovviamente il livello d’istruzione si conferma un elemento determinante: legge libri il 71,9% dei laureati (75,0% nel 2015), il 46,1% dei diplomati e solo il 25,9% di chi possiede al più la licenza elementare (Istat). Nella lettura pro capite non siamo nel G20. Ci sono “per numero di ore di lettura alla settimana” l’India (in testa con 10 ore e 42 minuti), Thailandia, Cina, Egitto, Venezuela, Turchia, Stati Uniti e Paesi europei come Repubblica Ceca, Svezia, Francia, Ungheria, Polonia, Spagna, Germania.

Lo sappiamo da sempre e ogni possibile ricerca conferma quanto sia ‘vivificante’ la lettura: arricchisce il vocabolario e la scrittura, sviluppa e rinforza le capacità analitiche, migliora memoria e concentrazione, riduce fortemente i livelli di stress e abbassa la probabilità di deterioramento delle facoltà mentali.

Ma come spesso capita agli umani, i vantaggi esposti, pur ben noti, non sono sufficienti a superare cementate inabilità e male abitudini. Tutto sembra partire, ancora una volta, dalla famiglia.

Tra i teenager, legge il 77,4% di chi ha madre e padre lettori e solo il 35,4% con genitori non lettori (Istat). Conta andare in libreria, fin da piccoli, con mamma e papà, altrimenti da adulti non si varcherà quella soglia per paura di brutte figure o perché tutto appare ostile e per pochi eletti. Conta poi moltissimo essere circondati da libri in casa (Aie).

Il primato per “numero medio di libri in casa” appartiene all’Estonia con 218 libri, seguita da quasi tutti i Paesi europei. L’Italia non compare neppure nei primi 15. A questo si aggiunga il dilagante fenomeno dell’analfabetismo funzionale. In Italia il 46,3% dei cittadini italiani tra i 16 e i 65 anni non raggiunge il livello 3 (Ocse Pisa), cioè non ha «competenze sufficienti o appena sufficienti che rendono possibile analizzare un testo di cui si ha familiarità».

Nel globale adoperarsi per le sostenibilità del pianeta (politiche, economiche, sociali, culturali, sanitarie, ecologiche, ecc.) non è sostenibile un’Italia che non legge. È facile dare la colpa a tv, Internet e social media ma è un’accusa che non regge visti i dati di tanti altri Paesi, grandi lettori, nei cinque continenti.

Che fare, allora? Se lo domandano schiere di editori, educatori e governanti.

Non basta la Rai che con le sue rubriche e pochi programmi dedicati non incide sui non lettori. Non bastano la facilità d’acquisto e i bassi prezzi dell’e-commerce. Non bastano le particolari misure adottate negli ultimi 18 mesi (vedi Libro Bianco Cepell e Aie). Non basta la scuola che non trasmette una voglia duratura alla lettura. Magari ciascun italiano di quel 40% che qualcosa legge dovrebbe adottare e crescere un non lettore all’anno (soprattutto adulto), seguendolo passo passo, pagina per pagina.

Questa sì che sarebbe un’altra storia.

 

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