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Una scelta che indebolisce la politica

Andrew Cuomo si è dimesso da governatore dello Stato di New York dopo le accuse di abusi sessuali. Eppure, si dice innocente: il pericolo è che si sia dimesso solo perché sapeva che sarebbe rimasto solo, il che legittimerebbe l’arma dell’accusa giudiziaria.

Le dimissioni di Andrew Cuomo da governatore dello Stato di New York sono un atto politico. La presa d’atto d’una sconfitta politica. L’averle chieste, da parte del presidente Biden, come di altri esponenti del Partito democratico, con quasi più veemenza di quanta ne abbia messa l’opposizione repubblicana, è stato a sua volta un atto politico. Le accuse di abusi sessuali sono solo l’innesco.

Ovvio che se colpevole va condannato, ma nel dimettersi Cuomo si dice innocente. Ammette di avere potuto eccedere in familiarità, con uomini e donne, magari adducendo le origini italiane come spiegazione (?!), ma esclude di avere mai superato il limite. Da quando in qua il cameratismo è ragione per dimettersi? Le accuse di abuso però sì, possono esserlo. Ma le respinge. Si dimette perché, da politico consumato, ha capito l’antifona: era isolato e sarebbe caduto, ogni ambizione futura era preclusa, quindi meglio chiuderla lì ed evitare ulteriori danni.

Questo, però, porta alla legittimazione dell’arma dell’accusa giudiziaria o, peggio ancora, morale a essere arma di lotta politica. E questo è un male profondo, che retrocede la politica a epoca pre machiavellica. Se Cuomo è sincero nel dirsi innocente allora è venuto meno a un suo dovere politico: esporsi al rischio per stroncare speculazioni che, in questo modo, lo ha ricordato, possono essere usate contro chiunque. Se, invece, è colpevole di abusi, allora è vile pensare di coprire con la ritirata una falsa dichiarazione d’innocenza.

di Gaia Cenol

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