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Palestinesi e israeliani più vicini

Le rigide restrizioni anti Covid del governo israeliano hanno avuto l’inaspettato effetto di riavvicinare i palestinesi agli israeliani. In questi giorni, Israele sta riaprendo i propri cieli ai turisti ma le previsioni non sono molto ottimistiche.

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Gerusalemme – Le rigide restrizioni anti Covid del governo israeliano hanno avuto l’inaspettato effetto di riavvicinare i palestinesi agli israeliani. In questi giorni, Israele sta riaprendo i propri cieli ai turisti ma le previsioni non sono molto ottimistiche. Nessuno, infatti, si aspetta di vedere frotte di stranieri e soprattutto di pellegrini tornare in Terra Santa.

Sono ormai due anni che, a causa della pandemia, il turismo dall’estero non esiste quasi più. Gli stessi israeliani – che solitamente aspettavano ansiosamente le vacanze per fare i bagagli e partire verso mete esotiche – preferiscono adesso rimanere a casa, sperando di evitare contagi e spese per i tamponi. Gli alberghi in Israele pertanto si sono ritrovati a dover cambiare strategia e a puntare principalmente sul turismo interno.

Questo vale in particolare per gli albergatori, i ristoratori e i negozianti palestinesi che fino al 2020 contavano principalmente sull’arrivo dei numerosi pellegrini cristiani.

Nel mese di dicembre, quando il governo di Naftali Bennet ha deciso di chiudere il Paese ai non israeliani, si è però assistito a una rivoluzione nei costumi locali. Gli israeliani infatti avevano voglia di andare all’estero ma temevano l’Omicron e i palestinesi avevano bisogno di clienti.

Le luci natalizie e i vari locali nel quartiere cristiano della Città vecchia di Gerusalemme hanno pertanto attratto migliaia di turisti israeliani da tutto il Paese, dove vedere un abete addobbato è una rarità. Il giorno di Natale gli israeliani con prole a seguito, tutti rigorosamente con in testa dei cappelli da Babbo Natale, hanno affollato la pasticceria “Abu Seir” e il caffè-enoteca “The Gateway” nella strada New Gate del quartiere cristiano, per poi fare una fila interminabile davanti alla casa del “Jerusalem’s Santa Claus”, divenuta una delle maggiori attrazioni del Natale in Terra Santa.

Migliaia di israeliani si sono riversati anche nella città di Nazareth, conosciuta come la ‘capitale araba’ del Paese. Secondo il quotidiano “Times of Israel”, durante il periodo natalizio circa diecimila israeliani al giorno hanno visitato Nazareth, portando alla città (con una popolazione di circa 78mila persone) 50 milioni di shekel, pari a 15,9 milioni di dollari.

Il noto ed elegante albergo “American Colony”, nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est – che prima della pandemia era frequentato in prevalenza dalla bourgeoisie palestinese, dal personale delle Nazioni Unite e da turisti stranieri – adesso è pieno di israeliani.

Il pranzo di Natale e il cenone di Capodanno (che fino a qualche anno fa non veniva molto celebrato in Israele) dell’“American Colony” – con un eccellente personale palestinese – è stato tutto prenotato da israeliani che, non potendo partire all’estero, volevano comunque provare atmosfere diverse.

Le restrizioni hanno pertanto creato una forte e maggiore interdipendenza fra israeliani e palestinesi. Il turismo israeliano nelle zone arabe si è però sviluppato in particolare nelle aree cristiane e meno in quelle musulmane. Nonostante tutto, il fine settimana, è impossibile trovare un tavolo libero nei ristoranti del villaggio arabo a maggioranza musulmana di Abu Ghosh, non lontano da Gerusalemme, conosciuto per l’ottimo hummus. Le restrizioni anti Covid sembrano quindi aver funzionato meglio di tanti trattati di pace.

 

Di Anna Mahjar-Barducci

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