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Rinunciammo alle monete, rinunciamo agli eserciti nazionali

Dall’Afghanistan all’Australia giungono avvisi da non ignorare

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Appena tre mesi fa, i capi di governo europei hanno sottoscritto senza batter ciglio il documento finale del vertice della Nato di Bruxelles, che si è soffermato a lungo su Russia e Cina liquidando la sua più imponente missione in due paragrafi nei quali si auspicava un processo di pace inclusivo, autocongratulandosi per il successo conseguito in Afghanistan.

Firmate appena ieri quelle amenità, l’Europa si è poi autoassolta nel disastro di Kabul, perché tanto “la colpa è sempre dell’America” – questione di complesso di superiorità e di inferiorità.
Tuttavia, nel loro uscire dall’Afghanistan costi quel che costi e affidando ai talebani il compito di badare all’Isis&C., gli americani hanno mantenuto, da Trump a Biden, una propria linea; oggi subiscono un pericoloso danno di immagine, ma la loro potenza operativa resta intatta.

All’Europa spetta invece il maggiore rischio di terrorismo in casa, un robusto flusso di rifugiati verso i quali abbiamo qualche debito e un traffico di eroina che adesso è arma e ricatto di gente come i talebani.

A queste minacce, che riguardano assai meno l’America, l’Europa fa fronte con la sua debolezza. Anche a Kabul – ma pure la vicenda dei sottomarini francesi ne è altra conferma – si è scontato una volta di più il naufragio della Comunità europea di difesa del 1954 e della creazione di forze armate europee non solo coordinate, ma sottoposte a unico comando. Una scelta che oggi richiede una Conferenza inter-governativa ad hoc o l’avvio di una cooperazione rafforzata tra gli Stati che ci stanno.

Un singolo esercito europeo disporrebbe di una forza di poco inferiore a quella americana. Vi sarebbero scelte non facili per taluni – come il ruolo ineludibile della Francia, forte del suo seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell’Onu e del suo armamento nucleare – e altri ostacoli, perché forze armate europee implicherebbero una politica estera, un ministro della difesa, uno spionaggio e un’industria militare europei.

Problemi reali, ai quali si possono contrapporre almeno tre fattori. In primo luogo, i notevoli risparmi derivanti da un singolo esercito europeo, come confermato da numerosi studi. Poi una capacità operativa rafforzata tale, ad esempio, da poter controllare l’aeroporto di Kabul come erano in grado di fare americani e perfino turchi ma non gli europei. Infine, il sostegno dei cittadini a una comune difesa che oggi, dopo le immagini afghane, non mancherebbe. La stessa recente crisi diplomatica sui sottomarini americani anziché francesi ribadisce il ridotto raggio d’azione di un singolo Stato europeo.

Se abbiamo saputo rinunciare al marco tedesco, al franco francese e alla lira italiana, sapremo rinunciare alla sovranità nazionale su cacciabombardieri e carri armati. Fra vent’anni la disfatta di Kabul dovrebbe essere solo un brutto ricordo, il ‘fallimento di un’altra epoca’. Oppure, già domani, quella disfatta potrebbe ripetersi ovunque siano in gioco gli interessi dell’Europa.

Cominciando, e non è prospettiva remota, dal Sahel.

 

di Niccolò Rinaldi

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