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Mercato della miseria

Non è corretto parlare di un’Italia che viaggia a due diverse velocità e neanche ragionare su macro aree come Nord, Centro e Sud. C’è bisogno di cambiare mentalità: voglia di fare, guardare i risultati e continuare a fissare nuovi obiettivi da raggiungere.

Parlare d’Italia che va a due diverse velocità non è cosa nuova, ma neanche esatta. Ragionare solo per macro aree – fra Sud, Centro e Nord – semplifica, ma non lascia vedere le diversità che si trovano all’interno di quelle tre denominazioni.
Nonostante questo, però, i numeri che si trovano nel nuovo rapporto Svimez dovrebbero indurre a qualche riflessione fuori dagli stereotipi, dai pensieri già pensati, dalle spiegazioni che spiegano tutto e, quindi, servono a poco.

Nell’anno in corso il prodotto interno italiano dovrebbe crescere del 4,7% ma al Centro- Nord la previsione è del 5,1 e al Sud del 3,3. Che il Sud cresca meno del Nord è un dato talmente ovvio da portare con sé spiegazioni che sconfinano nel folklore.

Però, per dire, la Campania dovrebbe fare il 4,2 e il Piemonte il 4,6: non solo non una differenza abissale, ma entrambe sotto la media. La Sicilia solo il 2,8 e qui siamo allo sprofondo. Se guardiamo ora al 2020, l’anno passato, segnato dalla recessione, osserviamo numeri che raccontano una storia da capire: l’Italia ha picchiato ben più della media europea, con un -9,4, ma la Sicilia è la regione dove il prodotto è sceso meno, con un -6,7, mentre tutto il Nord che oggi cresce di più si è trovato a scivolare indietro ben più della media nazionale. E qui il folklore c’entra nulla.

Come stanno assieme questi dati? L’errore è continuare stancamente a riproporre la pur significativa misurazione Nord-Sud, con il suo strascico di polemiche sempre uguali, ma se al posto di quella mettessimo Italia aperta rispetto a Italia chiusa o mercato rispetto ad assistenzialismo, forse ci aiuterebbe a capire meglio. Il quadro non cambia nella descrizione: il Sud è inequivocabilmente indietro, pur non essendo omogeneamente indietro. Ma cambia, o dovrebbe cambiare, l’idea di come rimediare.

Certo che la Sicilia è decresciuta meno del resto e certo che un fenomeno analogo si vede in tutto il Sud, più o meno accentuato, ma perché sono economie chiuse, protette, assistite più del resto del Paese. E certo che ora Emilia Romagna, Veneto e Lombardia portano a casa crescite superiori al resto del Paese, ma perché gli operatori economici vivono in un mercato più aperto alla competizione e meno assistito.

Poi, per carità, si possono sbaraccare tutte le cose che conosciamo a memoria – dai vantaggi e svantaggi storici ai problemi infrastrutturali – ma la storia deve servire a capire il presente e cambiarlo in futuro, non a piangersi inutilmente addosso, mentre proprio la stagione del Recovery dovrebbe suggerire che i ritardi infrastrutturali possono e debbono essere colmati. Insomma: ci sono le condizioni per smuovere le chiappe e prendersi un mondo migliore. Il guaio è che non si riuscirà a farlo se non togliendo a molti il comodo mondo del far niente, far poco e far male.

Per smetterla di misurare la crescita con i punti cardinali è necessario avere una scuola che formi e selezioni o una giustizia che dia senso al diritto, serve a nulla sapere che il docente lavora da trenta o quaranta anni o che si trova in graduatoria da lustri e serve ad ancora meno sapere che questa o quella Procura ha ingaggiato un’epica ed eterna lotta contro il male del mondo: contano i risultati.

Fissare le mete, misurare gli scostamenti, premiare chi avanza e liberarsi di chi frena. Il resto serve ad animare il mercato della miseria.

 

di Davide Giacalone

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