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I disturbi alimentari sfilano (ancora) in passerella

Si è chiusa la Milano Fashion Week ed è tempo di bilanci. Se sul fronte partecipativo è stato un successo, lo stesso non si può dire per ciò che si è visto sulle passerelle: modelle ancora troppo magre.

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Le modelle viste in passerella alla Milano Fashion Week sono ancora troppo magre. Sono anni ormai che si dibatte su taglie, ossa in vista, tra buoni propositi da parte degli stilisti e prese di posizione della politica per una legge che un imponga un indice di massa corporea sano per poter sfilare (così come accade già in Francia).

Tante parole ma pochi fatti: un susseguirsi di ragazze magrissime che sfilano di fronte ad un pubblico ancora sordo a queste tematiche con la compiacenza di stilisti e e direttori/direttrici di giornali, in prima fila ad applaudire, gli stessi che nelle lori riviste si fanno promotori di campagne contro l’eccessiva magrezza.

L’ultimo caso risale proprio a questi giorni frenetici e vede protagonista la sfilata del brand “Blumarine”, che ha messo in scena una magrezza al limite della malattia vera e propria, sottolineando ancora una volta la recidività del mondo della moda.

Perché nonostante la sensibilizzazione e le campagne portate avanti negli ultimi anni, molti stilisti continuano a far sfilare modelle e modelli magrissimi, ai limiti del patologico?

In un periodo storico dominato da influencer dai fisici perfetti, i social network hanno un effetto devastante sui problemi connessi al proprio aspetto fisico negli adolescenti. Così il mondo della moda che sta perdendo l’opportunità di innovare i propri canoni estetici in favore di una bellezza “normalizzata” tra i giovani stessi.

Chi si batte in prima linea da tempo contro questi ideali sbagliati non se ne sta a guardare: l’”Estetista cinica”, all’anagrafe Cristina Fogazzi, è una delle tante donne che, a differenza di altre colleghe, ha dato una lezione a milioni di donne che credono ancora che l’ideale di perfezione sia una taglia 38, promuovendo campagne di successo sulla body positivity.

Elisa D’Ospina, modella curvy che si batte da anni contro i disturbi alimentari di cui anche lei ha sofferto, ha lanciato l’allarme con una petizione contro le modelle sottopeso che ha superato le 20mila firme.

Da tempo anche in Parlamento si discute di queste tematiche, senza mai arrivare però ad una conclusione.

La proposta di legge Bini del 2018 prevedeva il riconoscimento come “malattie sociali” dell’anoressia, della bulimia e delle altre patologie inerenti i disturbi gravi del comportamento alimentare, includendo le indicazioni per le agenzie di moda, alle quali veniva vietato (pena multe fino a 100mila euro) di avvalersi di modelle che avessero un indice di massa corporea di “grave magrezza o sottopeso”. Il suo iter a Montecitorio purtroppo è ancora fermo al palo.

Tuttavia una buona parte della moda, per fortuna, c’è la volontà, seppur timida, di combattere questi modelli di sensualità inadeguati.
È di pochi mesi fa la notizia secondo cui gli “Angeli” di Victoria’s Secret, le modelle ricoperte di piume e paillettes e dalle misure ritenute perfette, lasceranno definitivamente il posto per cederlo a un gruppo di testimonial che hanno raggiunto traguardi di successo nella propria vita, rendendo così il marchio più inclusivo e al passo con i tempi.

La bellezza non può e non deve essere rappresentata da una taglia.

Mettere in scena un corpo estremamente magro è errato tanto quanto esibire un corpo all’estremo opposto, in primis per lo stato di salute stesso delle modelle e, in secondo luogo, per l’immagine che continua ad essere propinata al pubblico.

Occorre che siano innanzitutto le istituzioni, attraverso campagne di sensibilizzazione, ad affrontare i seri problemi quali anoressia e bulimia. Ciò che invece le case di moda possono fare è iniziare a dare voce e forma al cambiamento, utilizzando non più modelli di bellezza esasperati ma, al contrario, insegnando alle donne a sentirsi a proprio agio con sé stesse e la propria fisicità.

 

Di Alessia Luceri

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