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Incollati alla tv del dolore come 40 anni fa

Come procede la vita dei protagonisti della cronaca nera a distanza di anni? La gente se lo chiede, Franca Leosini risponde con “Chi ha incastrato Baby Jane?”. Ma la tv del dolore non si accontenta più delle trasmissioni, ora sono i docufilm e le fiction a tenere incollati gli spettatori.

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Quarant’anni fa con la tragedia di Alfredino si inaugurava la tv del dolore. Con una diretta lunga 18 ore e decine di obbiettivi sul luogo della tragedia, rigorosamente live, cambiava per sempre la storia della tv italiana, che da allora divenne il contenitore prediletto per dare spazio ai protagonisti della cronaca e ai loro sentimenti. In quattro decenni il modo di fare informazione è cambiato ancora: sono mutate le modalità di racconto degli eventi, ma ciò che sembra essere rimasta intatta è la volontà di sviscerare le tristi vicende per giorni e giorni, fino quasi abusare del diritto di cronaca in nome dello share.

Trasmissioni come “Pomeriggio Cinque”, “La Vita in diretta”, “Porta a Porta” e “Chi l’ha visto?” hanno fatto a gara in questi anni nel raccontare la sofferenza, anche con dettagli pruriginosi (indimenticabili sono i modellini di plastica usati da Bruno Vespa per riprodurre le scene del crimine o la notizia del ritrovamento del corpo della piccola Sarah Scazzi dato in diretta nazionale da Federica Sciarelli alla madre), ora però sono i film, le serie tv e i cosiddetti docufilm ispirati alle vicende di cronaca nera a occupare i palinsesti.

E se accade è perché l’interesse da parte del pubblico è altissimo.

Ne è la riprova il successo che sta registrando “Yara” in onda su Netflix che ripercorre l’omicidio della tredicenne di Brembate di Sopra, Yara Gambirasio, assieme alla docu-serie Sky sul caso di Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana che un decennio fa sconvolse l’Italia. Anche la programmazione di Nove, il canale del gruppo Discovery, punta verso questa direzione, tanto da aver creato una sezione apposita sulla propria piattaforma online denominata “Crime” e dedicato un giorno di programmazione alla settimana.

Il delitto di Stefano Cucchi, Emanuela Orlandi, Melania Rea sono solo alcuni esempi di documentari televisivi che, da una parte permettono allo spettatore di conoscere qualcosa in più in merito alle vicende, ma dall’altra non si può non notare come basti la definizione “crime” per inchiodare lo spettatore alla poltrona.

C’è una curiosità morbosa da chi guarda da casa sulle vicissitudini che riguardano i protagonisti delle pagine di cronaca nera, anche a distanza di anni.

La cosa non è sfuggita a una fuoriclasse del genere, Franca Leosini che da poco ha portato in Rai un nuovo format “Che fine ha fatto Baby Jane?” in cui a distanza di vent’anni è tornata a incontrare alcuni di quelli che aveva intervistato con “Storie Maledette”.

Com’è la loro vita dopo aver scontato una pena lunga due decenni? Come si sono reinseriti nella società, chi sono i loro nuovi amori, come sono stati riaccolti in famiglia?

A queste e altre domande risponde la “signora in giallo” nostrana a cui si deve il merito di aver portato tale genere con un punto di vista inedito. Vero è che il suo è diventato quasi un personaggio costruito ad arte, a tratti artificioso e grottesco anche per via del linguaggio utilizzato che, a volte, può quasi apparire, un esercizio di bella scrittura.

Il numero enorme di suoi meme e citazioni sui social anche da parte dei giovanissimi dimostrano però come la Leosini il suo lo sa fare benissimo.

Dai talk televisivi ai film e documentari, la televisione ha solo cambiato il proprio volto e il modo di “far funzionare” le tragedie. Gli italiani, per quanto critichino questo tipo di tv, alla fine non fanno a mano di spiare dal buco della serratura gli affari degli altri ed è per questo che le Reti continuano a puntare su questi prodotti. Umanità e business difficilmente vanno d’accordo.

 

Di Alessia Luceri

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