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Trap

Intrappolati nella trap

Dopo un tragico fatto di cronaca, spesso ci si chiede se e in quale misura la società possa esserne corresponsabile. Nel centro del mirino anche la musica, in particolare la trap
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Intrappolati nella trap

Dopo un tragico fatto di cronaca, spesso ci si chiede se e in quale misura la società possa esserne corresponsabile. Nel centro del mirino anche la musica, in particolare la trap
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Intrappolati nella trap

Dopo un tragico fatto di cronaca, spesso ci si chiede se e in quale misura la società possa esserne corresponsabile. Nel centro del mirino anche la musica, in particolare la trap
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Dopo un tragico fatto di cronaca, spesso ci si chiede se e in quale misura la società possa esserne corresponsabile. Nel centro del mirino anche la musica, in particolare la trap
Come spesso accade ogni volta che un tragico fatto di cronaca sconvolge l’opinione pubblica, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin in molti si stanno domandando se e in quale misura la società possa essere considerata corresponsabile. Era soltanto questione di tempo prima che l’attenzione si dirigesse ai modelli culturali delle nuove generazioni, alla musica e più in particolare alla trap. Al vociare alzatosi dai social si è aggiunta qualche giorno fa l’attrice Cristiana Capotondi a “In altre parole” su La 7: «Ma l’avete ascoltata la musica trap? La sentono gli adolescenti. E come viene trattata la donna nella trap? Di cosa ci sorprendiamo dunque se un giovane di 23 anni considera una ragazza di 22 anni come un oggetto al punto da decidere di toglierle la vita?». A farle eco nelle ultime ore si è aggiunto Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura con delega alla Musica e allo spettacolo che, dopo aver letto alcuni testi di trapper come Shiva durante la Milano Music Week, ha detto: «Questi testi appartengono a un genere che non vorrei crocifiggere, ma vanno rivisti e controllati, perché sono inni alla violenza contro le donne. È una deriva pericolosa e molto allarmante». Si è aggiunto infine il Codacons lanciando un appello «a tutte le radio italiane, a YouTube e alla Siae affinché boicottino i brani di rapper e trapper che contengono frasi violente e aggressive verso le donne», chiedendo inoltre alla Siae di rifiutare «la registrazione di brani contenenti frasi violente contro le donne, in modo da impedire agli autori di guadagnare grazie ai diritti d’autore». Insomma, un polverone. Che la trap non canti di «cavalieri erranti, d’imprese di vittorie sui giusti e i prepotenti» di gucciniana memoria non è certo una novità, come non lo è la presenza di violenza e contenuti controversi. Premesso che su molte di queste canzoni si stenderebbe volentieri un velo pietoso e di talune non si sentirebbe la mancanza, pensare a misure simili alla censura è come illudersi di svuotare il mare con un cucchiaio. In primis perché secondo alcuni si camminerebbe sul filo sottile della negazione della libertà d’espressione, oltre al fatto che molti artisti nascondono critiche sociali nell’iperbole e nel tratteggio di contesti squallidi e rapporti disfunzionali. Che cosa si dovrebbe dire allora di un libro di Bukowski? In secundis perché l’arte è spesso nient’altro che lo specchio di una società e alcuni generi riescono a raccontarla più di altri. Si tratterebbe ancora una volta di spostare il focus su una piccolissima parte del problema, con il brano che magari andrebbe condannato (ma spiegandone il motivo) e che comunque potrebbe (dovrebbe?) scegliere di raccontare altro. Se la società fosse attenta alla diffusione di certe dinamiche e di certi modelli, tranciandoli alla radice con l’educazione e la formazione di individui consapevoli e rispettosi, forse non si sentirebbe neanche più la necessità di raccontare certe cose. Non farebbero parte del vivere comune, semplicemente non ci sarebbero. Censurare qualcosa non è mai servito concretamente ad arginarlo.   di Federico Arduini

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