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Amy Winehouse: 10 anni senza una voce che fu rivoluzione

A 10 anni dalla scomparsa di Amy, diradando le tante ombre, rimane la sua arte che resta la colonna sonora di molte vite, ispirazione per decine di future generazioni d’artisti.

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Era il 23 Luglio del 2011 quando, al civico 30 di Camden Square a Londra, venne trovato il corpo senza vita di Amy Winehouse. Della sua vita, dei suoi demoni si sono scritti fiumi d’inchiostro, registrati decine di ore di video: se n’è parlato abbastanza!
Ciò che invece non si dovrebbe mai smettere di ricordare è il suo incredibile talento e la grande fortuna che abbiamo avuto nell’ascoltarla e aver condiviso un pezzo del cammino assieme a lei.
Immersa nella musica Jazz fin da ragazzina, mentre a 16 anni cantava nella National Youth Orchestra, Amy stava già creando uno stile inconfondibile, fondendo diversi generi in un’attitudine personale unica, marchiata a fuoco dal proprio vissuto.

Su quale sia la cifra responsabile, la chiave di volta, che renda un’artista tale, una voce unica, si dibatte da tempo e una risposta univoca probabilmente non esiste.

Nel caso di Amy Winehouse basterebbe recuperare un suo live dal periodo del tour di lancio di “Frank”, folgorante album di debutto, per farsi un’idea ben chiara.
Ciò che si potrà vedere è un’artista vera, che sul palco vive ciò che canta e canta ciò che ha vissuto,
anche laddove la canzone racconta di altre storie diverse dalla sua, con una consapevolezza e una padronanza, nonostante la giovanissima età, di chi nemmeno si sta rendendo conto di essere l’artefice di una vera rivoluzione nel panorama musicale dell’epoca.

                 

 

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Quel sound così vicino allo stile ’50 in cui Amy fece confluire tutte le contaminazioni assorbite negli ascolti di gioventù – da Sarah Vaughan a Macy Grazy, da Billy Holiday a Dinah Washinghton – insieme ad una vocalità unica e divenuta iconica, arrivò come un fulmine a ciel sereno mentre il mondo si dondolava tra “Obsesion” degli Aventura e “Guilty” dei Blue.
E proprio il fatto di non riuscire a trovare in questa musica liquida qualcosa che la rappresentasse, che potesse piacerle, la spinse a musicare quelle poesie scritte sui fogli dei quaderni di scuola.

Una vita breve fatta di luci e ombre

Chi fosse veramente è difficile dirlo. Scindere il personaggio dalla persona è complicato di per sé, figurarsi per una personalità così complessa e tormentata come la sua. Nelle interviste del 2004, dopo aver vinto con il suo singolo di debutto “Stronger than me” l’Ivor Novello Award come “Best Contemporary Song Musically and Lyrically”, traspare una grande voglia di rimanere sé stessa, con la pronuncia non perfetta e le battute taglienti che tanto piacquero nei primi tempi alla stampa e al pubblico, che facevano scorgere in lei i tratti tipici di una persona comune. 

Più difficile invece era vedere la fragilità e la sofferenza che quella giovane ragazza portava con sé. 

Fu proprio in seguito al primo successo di “Frank”, al peso di doversi confrontare con le tante aspettative che gravavano su di lei, che l’equilibrio fragile su cui Amy aveva costruito la propria vita fino a quel momento iniziò a vacillare. A questo si sommò la prima rottura nel tormentato rapporto con Blake Fielder, che sarebbe divenuto poi suo marito e che la fece cadere definitivamente in un vortice di depressione ed eccessi. 

Capita spesso di chiedersi osservando le vite spezzate di questi giovani artisti se in qualche modo si sarebbe potuto fare qualcosa per evitare il triste epilogo. Se per alcuni finiti nell’elenco del Club dei 27 (età in cui, per uno scherzo del destino, ci hanno lasciato molti artisti di talento come Jim Morrison e Kurt Cobain), nel caso di Amy è diverso.

Il padre, figura ambigua, criticata dai fan

Gli stessi amici che in quel primo periodo buio le stavano vicino hanno più volte detto che se si fosse intervenuti subito, mandandola in riabilitazione, ora probabilmente staremmo raccontando una storia diversa. Fu il padre, figura a dir poco nebulosa, a opporsi a questa possibilità, dando la precedenza alla produzione del secondo album che in tanti stavano ancora aspettando. 

Il secondo album, “Back to black”, alla fine uscì. Fu un successo planetario trainato proprio da “Rehab”, singolo in cui Amy raccontava amaramente della scampata riabilitazione, cantato da lì in avanti a squarciagola da decine di fan adoranti, ignorando quanto stridente sarebbe poi diventato. 

Ancora oggi, a 10 anni dalla scomparsa, ascoltando la sua produzione, che il destino ha voluto fosse così breve, è difficile trovare nel panorama musicale qualcosa di simile, con la stessa forza espressiva e carico emotivo. Di Amy non ce ne saranno altre, poco ma sicuro. A noi non resta che riascoltare la sua musica e perdercisi dentro come la prima volta.

di Federico Arduini

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