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Elvis e il Comeback Special: The King in the ring

È il 27 Giugno del 1968: poco prima di entrare in scena per le registrazioni di quello show che sarebbe diventato noto come 68 Comeback Special Elvis ha un attacco di panico.

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Sono sette anni che è lontano dalle scene musicali, impegnato nella recitazione di una serie infinta di film tutti uguali, una gabbia macina soldi creata dal colonnello Tom Parker, da cui non riusciva ad uscire.
Tutto era iniziato 10 anni prima.
Immaginate di essere la più grande star nella musica del proprio tempo e, proprio all’apice della carriera, esser chiamati a dover servire il proprio Paese e arruolarvi. Quel 24 marzo del 1958, giorno in cui Elvis aveva svestito i panni da ribelle star del rock n roll per un’uniforme militare, era lontano anni luce, ma la paura di non esser più all’altezza stava toccando, forse per la prima volta, anche un artista straordinario come lui.

È solo nel camerino, il pubblico e la troupe lo aspettano da un pezzo là fuori. Elvis in quel momento è come un pugile prima del suo incontro decisivo. Respira, imbraccia la chitarra ed esce verso la scena, verso quello che probabilmente sarà il suo più grande concerto.

In quei 50 minuti di pura musica, immersa in una scenografia curata fino ai minimi dettagli, Elvis incarnò ciò a cui qualsiasi performer aspira. Esecuzioni perfette capaci di racchiudere in quel lasso di tempo tutti i suoi più grandi successi, si alternarono a un’immagine mai vista prima d’ora del ragazzo di Tupelo, ora uomo. Mentre scherza ridendo con la band seduto sul piccolo palco simile a un ring, immerso nel suo pubblico, è finalmente sé stesso.

Ciò che più colpisce è la naturalezza e la padronanza con cui passa da brani folk o blues, al gospel e rock n roll, dondolando tra interpretazioni elettrizzanti a momenti di puro trasporto, come nel secondo medley, in cui alterna brani travolgenti come “Hound Dog” a ballate d’amore del calibro di “Can’t Help Falling In Love”.

Una performance straordinaria, sia per la presenza scenica che per la voce in forma strabiliante, che restituì definitivamente all’America suo figlio e ad Elvis il suo trono. Nessuno però poteva immaginare che questo nuovo regno si sarebbe rivelato di breve durata: il lento ma inesorabile declino degli anni ’70, tra le esibizioni fotocopia di Las Vegas e la depressione, nonostante alcuni grandi canzoni figli del suo incredibile talento, finì per rappresentare l’ultima parte della sua carriera e della sua vita.

di Federico Arduini

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