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Il passaggio critico nell’età adulta e i mille dubbi di una generazione

La crisi esistenziale dei 25 anni

Nella vita di una persona, venticinque anni rappresentano un’età di svolta.
È quell’età in cui non si è né troppo giovani né troppo vecchi per nulla. È l’età in cui si ci rende conto che i tempi dei giochi sono finiti, l’età in cui la società ti chiama a decidere chi vorrai essere, in cui si segna il passaggio dall’età del cazzeggio all’età adulta.

È l’età in cui realizzi che devi mettere a frutto gli anni passati a studiare, in cui gli errori cominciano ad avere un peso specifico maggiore. L’età in cui per guardare al futuro si dismettono le lenti del “sognatore a tutti i costi” e ci si abitua ad indossare quelle del pragmatico realista. L’età in cui tutto (lavori, passatempi, relazioni, amicizie) inizia a prendere una piega terribilmente seria.

E questo spaventa.

Lo vedo in molti miei coetanei, e in me ovviamente, anche se in misura marginale a dire il vero, forse per incoscienza o per connaturato ottimismo. Lo stato d’animo che pervade gran parte delle persone della mia età credo possa sintetizzarsi in una parola: disorientamento.

A questo si aggiunge l’ansia. Di che cosa? In primis, di trovare un lavoro. E possibilmente, volendo chiedere tanto, un lavoro che piace e che sia il più possibile coerente al sudore versato sui libri. Ora non so quanto questo sentimento di angoscia, di crisi esistenziale, dipenda dal soggetto, dalla fisiologica fase di transizione, oppure da un sistema che si palesa sempre più chiaramente avverso ai giovani. Penso sia un buon mix di queste componenti.

Ma per tener fede al mio ruolo di venticinquenne con qualcuno dovrò pur prendermela, anche se non so ancora bene con chi. Sono un accanito sostenitore del “se ci credi e lo vuoi davvero, alla fine ce la fai”. Guai se alla mia età non fosse così.

Però guai se un giorno questi venticinquenni, impauriti e affamati di futuro, dovessero ritrovarsi a fare i conti con una realtà che gli ha impedito di coronare i propri sforzi.
Questo sarebbe il più imperdonabile degli errori.

 

di Carmine Abate

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