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Non sono e non si chiamino “uomini d’onore”

Quest’anno è ricorso il trentennale dell’assassinio dell’undicenne Fabio De Pandi, ucciso il 21 luglio 1991 dal virus peggiore con cui la nostra penisola abbia mai avuto a che fare: la mafia

In quel caso fu un conflitto a fuoco tra il clan dei Puccinelli e quello dei Perrella a determinare la morte della giovane vittima, sottratta ‘per errore’ a una vita tranquilla che niente aveva a che fare col mondo di sgarri e vendette di cui invece faceva parte l’assassino Amedeo Rey, poi morto suicida.

Fabio De Pandi è stata solo un’ennesima giovane vittima, non la prima né tantomeno l’ultima.
Prima di lui Giuseppe Letizia, 12 anni, avvelenato in ospedale perché testimone dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Dopo, Nadia e Caterina Nencioni –quest’ultima aveva solo 50 giorni di vita – morte con tutta la famiglia dopo l’esplosione di un’autobomba a Firenze.
Poi ci sono Nicola Campo- longo (3 anni) e Giuseppe di Matteo (11 anni) – uno bruciato vivo, l’altro sciolto nell’acido – entrambi pagando gli errori delle loro stesse famiglie.

Quando si muore per malattia o per l’età, i propri cari possono accettare lo scorrere del tempo e rassegnarsi ai limiti della medicina, ma cosa si può fare davanti a una morte che non spetta a chi muore?
Una morte impropria, quindi inaccettabile perché inaccettabile è l’idea stessa che si possa morire ‘per errore’. Per quell’errore.

Sono state ben 1.003, in Italia, le morti che ‘non spettavano’ alle vite che si è portato via qualcuno che ci ostiniamo a chiamare ‘uomo d’onore’. 112 fra queste erano di minorenni.

Ma dov’è l’onore? E soprattutto, dov’è l’uomo?
La verità è che non c’è onore senza umanità e che l’umanità muore nella violenza, nell’oppressione, nel silenzio di cui proprio loro sono portatori.
Allora non chiamateli ‘uomini d’onore’. Usate il loro nome.
Chiamateli mafiosi.

 

di Rosanna Brettone

 

 

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