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Il precariato non può essere la normalità

La foto della neosposina costretta a firmare il proprio contratto da supplente in una scuola in abito nuziale ha fatto il giro del web. Uno scatto che fa riflettere sulla situazione di precariato lavorativo in Italia.

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Il matrimonio era in programma nel giorno del tanto agognato contratto. E allora succede che, pur di non rischiare di perdere il nuovo incarico, si è costretti a recarsi a scuola vestiti in abito da sposa, poco prima della cerimonia nuziale.

È accaduto a Martina Franca, in Puglia, dove l’istituto Majorana ha salutato su Facebook l’arrivo di una nuova collega con un post: “Ne abbiamo viste tante nella scuola – si legge nel commento – ma una così mai. Auguri Carmela, sei già entrata nei nostri cuori”. L’intento del post era quello di mostrare un grande attaccamento al lavoro e al senso del dovere.

Peccato, però, che la foto di Carmela, seduta in abito bianco e con il velo ad una scrivania della scuola, sia stata travolta dai commenti negativi sulla «inaccettabile condizione dei precari, costretti a rovinarsi anche il giorno più bello per non perdere il lavoro».
Il post è stato rimosso dopo alcune ore, ma le critiche non hanno risparmiato neppure la diretta interessata, che si è vista costretta a rispondere a quanti stessero criticando la sua scelta in quello che doveva essere il giorno più bello della sua vita: «Non è un posto fisso, ma un semplice contratto annuale – si è dovuta giustificare – Sono stata costretta ad andare a scuola a firmare altrimenti avrei perso un anno di lavoro».

Non è strana l’urgenza con cui la donna abbia dovuto accettare l’incarico: molti insegnanti, infatti, hanno ricevuto la convocazione la sera del giorno prima per il giorno dopo.

Alcuni anche la mattina stessa.

La dura realtà è che la vicenda di Carmela rappresenta l’esempio delle nuove generazioni di precari, costretti spesso a veri e propri salti mortali per garantirsi qualche mese di lavoro e di stipendio e il caso dei docenti precari in Italia è solo la punta dell’iceberg di un sistema che sempre più spesso punta su tirocini sottopagati o addirittura non retribuiti.

Questo vale soprattutto per i più giovani, ai quali spesso e volentieri viene richiesto un numero elevato di competenze in cambio di una paga misera e un orario di lavoro non adeguato. E, se per caso si decide di rifiutare un’offerta poco vantaggiosa, si viene additati immediatamente come fannulloni, privi di voglia di lavorare.

Per non parlare poi del precariato strettamente legato all’ambito scolastico.

Secondo le stime dei sindacati, nella scuola italiana quest’anno ci saranno 220.000 supplenti e, nonostante le 70.000 cattedre ottenute dal ministro Patrizio Bianchi, sono sempre migliaia i posti coperti da docenti precari.

La verità è che, soprattutto negli ultimi anni, il mondo del lavoro è sempre più competitivo e i giovani non sempre si sentono all’altezza. La realizzazione personale passa anche dal lavoro, un mondo che non è sempre pronto ad accogliere i ragazzi.

Non è vero che i giovani non hanno voglia di lavorare.

Lo dimostrano ancora una volta i dati sugli italiani in fuga all’estero. Secondo il Report Migrazioni 2019 dell’Istat, rilasciato a gennaio 2021, appare in aumento il numero di italiani che ancora oggi lasciano la Penisola per cercare fortuna altrove: solo nel 2019 sono state 180.000 le richieste di cancellazioni di residenza all’anagrafe, con un incremento del 14,4% rispetto all’anno precedente. Una cifra che fa riflettere, soprattutto se si considera che solo negli ultimi dieci anni sono stati 899.000 gli italiani che si sono trasferiti fuori dall’Italia.

Oramai ci si sente obbligati a costruire la propria vita, specialmente professionale, con fatica e pazienza, tanto da pensare di non poter avere il “privilegio” di dedicarsi ad altro all’infuori del lavoro.

Così, contratto dopo contratto, una generazione si è convinta che la precarietà sia una cosa normale.

Così normale da dover fare tappa a scuola il giorno del proprio matrimonio.

 

Di Alessia Luceri

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