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Scuola: fare in fretta per il bene dei ragazzi

A poco più di un mese dalla campanella, sono ancora troppi i punti di domanda che ruotano attorno alla scuola. In ballo non c’è solo la didattica ma anche la salute mentale dei più giovani.

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I ragazzi sono stati tra i più penalizzati dalla pandemia. Prima la scuola chiusa con la didattica a distanza poi il coprifuoco, le discoteche blindate, niente più concerti. La socialità dei più giovani è stata ridotta all’osso e ha messo a dura prova i nervi di genitori e figli, forzandoli a una convivenza forzata con esiti non proprio da cartolina da Mulino Bianco.

Ora che manca poco più di un mese dall’inizio della scuola, sono i primi a pretendere certezze e a chiedere di tornare a una didattica in presenza. Gli dobbiamo delle risposte, loro che hanno dovuto pagare un prezzo eccessivo che si è tramutato in un’impennata di disturbi comportamentali che hanno messo in allerta gli psicologi.

La pandemia e le conseguenze delle chiusure scolastiche, infatti, hanno aggravato in maniera esponenziale i problemi relativi alla salute mentale di tanti giovanissimi. L’isolamento in una stanza, la didattica solo attraverso un computer o uno smartphone, le liti in famiglia nate dalla convivenza forzata stanno innescando negli adolescenti dei comportamenti lesivi alla propria persona.

È risaputo che la fase adolescenziale è quella in cui si costruisce la propria identità e il vero fare scuola, dove s’impara a conoscersi e a relazionarsi, viene meno. I ragazzi diventano così aggressivi, irascibili e si chiudono sempre più nella loro stanza, generando in loro disturbi gravi come depressione, ansia, crollo della concentrazione e dell’autostima.

Secondo lo psicologo e psicoterapeuta Andrea Borsetto, i tentativi di suicidio e autolesionismo sono aumentati del 30% e, con l’inizio della seconda ondata, si è notato “un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% dei casi sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita”.

La scuola, dunque, si dice pronta a ripartire. Ma lo è davvero?

Il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, in seguito all’incontro con l’associazione dei presidi e dei sindacati, ha ribadito la volontà di tornare in classe in presenza a settembre. Ma i dubbi sono ancora tanti.

Se da un lato il Governo deve ancora valutare l’obbligo di vaccinazione per gli insegnanti in base all’andamento delle somministrazioni (con oltre il 15% di docenti non ancora vaccinati e alcune regioni che possono contare su una copertura vaccinale ferma al 70%), dall’altro è slittata alla prossima settimana la decisione sul Green Pass obbligatorio per scuola e trasporti.

Il dibattito legato alla vaccinazione riguarda anche i ragazzi. Fino ad ora sono stati vaccinati 1/3 degli studenti, anche se secondo il Generale Figliuolo a settembre si raggiungeranno i 2/3.

I presidi intanto chiedono l’obbligo di vaccinazione anche per loro.

I dati purtroppo non sarebbero abbastanza affidabili da permettere di prendere una decisione e a pagare il prezzo più caro come sempre sono proprio gli studenti, vittime involontarie di un sistema che troppo spesso sembra non voler puntare sul loro futuro.

Per evitare il prolungamento di tale situazione insostenibile, il governo è pronto a presentare alle Regioni il Piano Scuola, sulla base delle linee indicate dal Cts: dall’utilizzo delle mascherine all’importanza del distanziamento, fino all’inevitabile ricorso allo scaglionamento degli orari per l’inizio delle lezioni, il ritorno a scuola sembra essere ufficiale.

La novità introdotta per favorire la ripartenza è che qualora ci fosse un caso di contagio, solo chi non è stato vaccinato prosegue la didattica a distanza.

Una decisione auspicabile soprattutto per ritornare quanto prima a recuperare una situazione di normalità e per pensare alla salute mentale e al futuro di tutti gli adolescenti, ma anche per incitare a vaccinarsi chi ancora non lo ha fatto.

 

Di Alessia Luceri

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