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Giovanni Leone, il Presidente primatista (come la moglie Vittoria)

Giovanni Leone fu il Presidente dei primati: il primo a dare le dimissioni non per motivi di salute, quello eletto con il numero più alto di scrutini: ben 23! Ma le curiosità non sono finite: Bennato gli dedicò una canzone, le “corna” e l’amata moglie Vittoria che stregò anche il presidente Kennedy.

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“Trovare ciò che unisce e non ciò che divide”. Con queste parole che gli valsero l’appellativo di “uomo della mediazione” e che a 50 anni di distanza risuonano ancora così attuali, Giovanni Leone chiudeva il suo discorso d’insediamento dopo essere stato eletto sesto Presidente della Repubblica. Era la Vigilia di Natale del 1971.

La sua storia e il suo esempio meritano di essere ricordati, soprattutto a chi con troppa facilità punta il dito senza aspettare le sentenze. 

Quando venne eletto, al 23esimo scrutinio dopo un accordo dell’ultima ora tra i gruppi della DC,  era già stato Presidente della Camera e poi del Consiglio dei “governi balneari”, così detti perché duravano poco più che un’estate. Ebbe una rara sensibilità per le Istituzioni, che si palesò quando decise di lasciare anticipatamente il Colle a seguito di una martellante campagna diffamatoria rivelatasi poi infondata. Fu il primo Presidente a dare le dimissioni se si esclude Antonio Segni che dovette fare un passo indietro per l’ictus che lo aveva colpito.

Leone fu vittima di una grave ingiustizia, proprio lui, che la vita l’aveva dedicata alla giustizia. Pubblicò infatti testi di procedura penale su cui si prepararono migliaia di studenti, scrisse gli articoli della Costituzione relativi alla magistratura e alla Corte Costituzionale. Con incredibile lungimiranza, l’anno seguente all’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale (1989), scrisse una lettera a Giulio Andreotti mettendolo in guardia sullo sbilanciamento di poteri che il nuovo testo avrebbe causato tra accusa e difesa.

Vederlo ormai consumato, nelle immagini di repertorio del 2001, a Palazzo Giustiniani poco prima della sua morte (il 9 novembre dello stesso anno) fa tenerezza. Si festeggiavano i suoi 90 anni e fu in quella sede che Pannella e Bonino sentirono il bisogno di chiedere scusa a un uomo, che a discapito del cognome, non fu carnefice ma vittima. Si trattò di un risarcimento tardivo e non, come scrissero in molti, di una riabilitazione. Riabilitato è il condannato che sconta la sua pena. Leone era innocente. Nella campagna di fango de L’Espresso e della giornalista Camilla Cederna (che non chiesero mai scusa nonostante la condanna a un miliardo di lire) finirono anche i figli e la moglie Vittoria, che con i suoi tailleur impeccabili va ricordata come prima vera first lady italiana.

Vittoria Leone accanto al marito. Fu lei la prima first lady a rappresentare il made in Italy nel mondo con la sua eleganza e bellezza

Il suo fascino non sfuggì al presidente Kennedy che, in visita nel ‘63, volle salutare l’Italia con una lettera autografa: “Sono triste, lascio questo paradiso. Viva Napoli!”. E’ lì che Leone, in veste di Capo del Governo, gli fece da Cicerone. Lui che della sua “napoletanità” andava orgoglioso. Indimenticabili le corna anti jella a favor di obbiettivo e la sua cadenza, che Edoardo Bennato scanzonò nel brano a lui dedicato “Uno buono” dell’album “I buoni e i cattivi”, disco memorabile, come fu Giovanni Leone.

Di Ilaria Cuzzolin

 

vittoria leone da anziana
Mattarella saluta Vittoria Leone in occasione dei 20 anni della scomparsa del marito. Era il 9 novembre del 2001

 

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