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Restare bravi per non diventare solo abili

“È stata la mano di Dio” rappresenterà l’Italia nella selezione per il miglior film internazionale agli Oscar. Un film intimo, personale e sofferto.

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Nel 2001 Mark Zuckerberg non aveva ancora inventato Facebook, Silvio Berlusconi era da poco diventato presidente del Consiglio nel cinquantesimo esecutivo della Repubblica italiana e al Festival di Venezia presieduto da Nanni Moretti trionfava “Monsoon Wedding” di Mira Nair. Nella sezione Cinema del presente, Paolo Sorrentino aveva presentato il suo primo film: “L’uomo in più”. Girato in nove settimane, narra la caduta di due Pisapia. Il primo è Antonio, un calciatore talentuoso che dopo un infortunio perde tutto: successo, moglie, soldi. Gli rimangono solo le tante ossessioni che lo porteranno al suicidio. Il secondo è Tony, un cantante cocainomane che ha vissuto momenti di gloria. Arrestato per aver fatto sesso con una minorenne, viene prosciolto ma ormai è un reietto. Dopo un ultimo concerto in un piccolo paesino abruzzese, davanti a poche persone e tanti sbadigli, torna a Napoli e incontra in un mercato l’omonimo Antonio, che decide di vendicare uccidendo il presidente che gli aveva rifiutato il contratto.

Il film è ambientato in una Napoli anni Ottanta che non è quella cantata da Pino Daniele e si diverte con Massimo Troisi, genuflettendosi di fronte al semidio Maradona. Una Napoli senza sole e senza gioia, nella quale successo e oblio giocano una partita perversa in cui il pareggio non è contemplato. La pellicola ottiene buone critiche ma incassa solo 180 milioni di lire. Viene tolta dalle sale e si avvia verso la sconfitta. Quando però nel 2004 Sorrentino porta al festival di Cannes “Le conseguenze dell’amore”, il produttore Nicola Giuliano chiama Mediaset e chiede di riportare in sala “L’uomo in più”. Il tiro è quello giusto e la partita cambia. Da quel momento arriveranno tanti film e molti applausi: “L’amico di famiglia, “Il Divo”, “This Must be the Place”, “La grande bellezza” (premio Oscar), “Youth”, “Loro”.

Dopo vent’anni il regista ritorna a Venezia con il film più intimo, personale e sofferto: “È stata la mano di Dio”. Siamo sempre negli anni Ottanta, Napoli è nuovamente il luogo della rappresentazione, qui però si narrano i ricordi. Il protagonista, Fabietto, è un giovane che cerca disperatamente la propria porzione di mondo e al quale due eventi cambieranno la vita: l’arrivo di Maradona e la perdita dei genitori. Decimo lungometraggio per Sorrentino, 10 come il numero di Maradona, il ‘divino’ che non è riuscito a dribblare i problemi con la cocaina ma che ha salvato la vita al regista napoletano. Il 5 aprile 1987, mentre si preparava per la trasferta Empoli-Napoli i suoi genitori morirono per una fuga di gas nella loro casa di Roccaraso. Sorrentino doveva essere con loro. La ‘mano di Dio’ gli ha regalato la vittoria più importante, quella con la vita. Un dolore che lo segnerà per sempre. Alcuni anni dopo, a cinque esami dalla laurea in Economia e Commercio interromperà gli studi e salirà su un treno per Roma. Quello che è successo dopo lo conosciamo tutti: è diventato l’uomo in più del cinema italiano.

Ne “La grande bellezza” il protagonista Jep Gambardella a un certo punto dice: «È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili».  Ecco, Sorrentino si è accontentato di rimanere bravo e la candidatura di “È stata la mano di Dio” nella selezione degli Oscar per il miglior film internazionale dimostra ancora una volta che quel treno, fortunatamente, è arrivato in orario.

 

di Francesco Rosati

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