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Accrescere l’isolamento che circonda la Russia

Nonostante l’angoscia per la guerra in Ucraina, ci sono varie ragioni per credere che non tutto sia perduto. L’invasione del Paese non si è tradotta in una blitzkrieg e questo è un indizio che le forze ucraine mostrano una significativa capacità di resistenza.

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Nonostante l’angoscia che viviamo per la guerra in Ucraina, ci sono varie ragioni per credere che non tutto sia perduto. L’invasione del Paese non si è tradotta in una blitzkrieg e questo è un indizio che le forze ucraine mostrano comunque una significativa capacità di resistenza.

Tuttavia, con cautela e realismo, occorre restare accorti nei confronti di una grande potenza militare che ha già minacciato di avere allertato le armi nucleari (sebbene nei sistemi difensivi), che al momento ha bloccato i negoziati e che inizia ad avanzare sul terreno grazie a bombardamenti massicci. Questo deve sollecitare l’Unione europea ma anche le Nazioni Unite a insistere sul percorso della mediazione perché i negoziati sulla pace riprendano al più presto.

Anche l’astensione che ha assunto la Cina sulla proposta di Risoluzione delle Nazioni Unite di condanna della Russia non va letta come un deciso schieramento al suo fianco. Questa posizione equidistante potrebbe anzi accreditarla come possibile mediatrice per la cessazione delle ostilità.

Il Consiglio d’Europa, che non va confuso con l’Unione europea, ha deciso l’estromissione della Russia: 47 Stati, ovvero i 27 appartenenti all’Ue più altri 20 – quelli che hanno aderito al principale strumento dell’organizzazione, la Convenzione europea sui diritti dell’uomo – hanno di fatto condannato l’intervento russo. Fra questi figurano Albania, Moldavia, Macedonia del Nord, Croazia, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro.

Sono forti anche altri segnali che avranno un peso per la Russia. L’Ungheria di Viktor Orbán, finora distintosi per l’orientamento filorusso e l’avversione all’immigrazione, si è dichiarata pronta ad aprire le frontiere per accogliere i profughi ucraini. Il presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, da sempre filo-russo, ha definito il capo del Cremlino «un pazzo da isolare».

Nell’ambito della stessa area di influenza della Russia, il Kazakistan – che pure era stato aiutato da Mosca durante la recente rivolta popolare – ha rifiutato di fornire le sue truppe e ha reso noto che non riconosce le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk sostenute dalla Russia.

Il turco Erdoğan, l’autocrate che ultimamente sembrava più vicino a Putin, ha poi riscoperto il valore della sua appartenenza alla Nato, condannando l’intervento russo in Ucraina, con cui intrattiene solidi rapporti di cooperazione economica. Erdoğan ha anzi offerto la sua mediazione, annunciando peraltro che in base alla Convenzione di Montreux ha chiuso l’ingresso delle navi da guerra sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli.

In ultimo, è bene considerare cosa sta succedendo in Russia. Nonostante le pesanti minacce di ritorsioni, la contestazione si va diffondendo: sarebbero più di 4mila le persone fermate in Russia dall’inizio delle proteste contro la guerra, di cui molte nella sola capitale e a San Pietroburgo. Le dure sanzioni economiche stanno inoltre allontanando anche gli oligarchi dalla corte di Putin.

Tuttavia, come si è detto, bisogna pure considerare che queste prospettive possono indurre a una reazione scomposta un interlocutore “stretto in un angolo”. La comunità internazionale e in particolare l’Unione Europea – che può contare sulla forza dei suoi valori e di settant’anni di pace – non possono rischiare oltre e devono promuovere anche attraverso le Nazioni Unite, con convinzione e più coraggio, la ripresa del dialogo diplomatico per porre fine alla guerra.

 

Di Maurizio Delli Santi

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