Mancini, i soldi e la Storia
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Mancini, i soldi e la Storia. C’è qualcosa di profondamente sbagliato e stonato nell’addio di Mancini alla Nazionale. Nessun bonifico potrà rimpiazzare la forza delle passioni
Mancini, i soldi e la Storia
Mancini, i soldi e la Storia. C’è qualcosa di profondamente sbagliato e stonato nell’addio di Mancini alla Nazionale. Nessun bonifico potrà rimpiazzare la forza delle passioni
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Mancini, i soldi e la Storia
Mancini, i soldi e la Storia. C’è qualcosa di profondamente sbagliato e stonato nell’addio di Mancini alla Nazionale. Nessun bonifico potrà rimpiazzare la forza delle passioni
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AUTORE: Fulvio Giuliani
C’è qualcosa di profondamente sbagliato e stonato nell’addio di Roberto Mancini alla Nazionale. La prudenza è sempre d’obbligo, almeno finché il diretto interessato non riuscirà a spiegare con le parole e soprattutto con le azioni i motivi della propria scelta.
Comunque, inutile girarci intorno: le cause possono essere tante, le motivazioni più o meno condivisibili, ma se alla fine della fiera dovesse emergere che la molla decisiva è stata quella di una marea di soldi (garantiti per guidare la nazionale saudita con l’obiettivo di renderla presentabile in eventuali Mondiali da organizzare in casa), allora Roberto Mancini avrà perso l’occasione della vita di conservare un posto di rilievo nella storia del calcio italiano.
Perché se così fosse, dell’uomo che ci condusse al trionfo europeo di Wembley e di una delle immagini sentimentalmente più forti degli ultimi trent’anni del nostro pallone – l’abbraccio con l’amico di sempre Gianluca Vialli – resterà solo il ricordo di chi non c’è più.
Anche solo pensarlo fa male, ma non amiamo l’ipocrisia.
Se l’uomo che seppe commuovere un intero Paese – ricomponendo quella coppia di ragazzi a cui siamo tutti legati – non comprende la differenza fra la Storia e i parvenu, allora è meglio che se ne stia a contar milioni.
E qui lasciamo Roberto Mancini alle sue decisioni, per dedicare un ulteriore pensiero alle intemerate saudite. Chiamateci ingenui, inguaribilmente romantici, vecchi e pure scaduti, ma continuiamo a pensare che nessun bonifico cosmico potrà rimpiazzare la forza del cuore e delle passioni.
Siamo cresciuti spasimando per le nostre squadre, sognando di vederle giocare (e vincere) contro i miti di questo sport così semplice e meravigliosamente elementare.
Sognare, per noi, significa immaginare il giorno in cui le nostre piccole squadre del cuore potranno sfidare il Real Madrid o il Manchester United, il Bayern Monaco o il Milan. Interpretando quel sogno che accarezzavamo da bambini quando piazzavamo due cartelle e il cortile si trasformava nell’Azteca di Città del Messico.
Cosa diavolo mi potrà mai dire una partita dell’Al non mi ricordo cosa contro un altro Al (peraltro di proprietà dello stesso padrone)?!
Pensare sul serio che la differenza la faccia un Ronaldo o un Neymar – gente senz’anima – significa non aver capito niente del calcio. Non averlo mai vissuto sul serio, non ricordare cosa significhi aver sentito raccontare di Pelé, George Best, Alfredo Di Stefano, Ferenc Puskas, Peppin Meazza, Valentino Mazzola, Roberto Baggio, Garrincha, Paolo Maldini, Francesco Totti, Johan Cruijff, Diego Armando Maradona.
Non sono nomi a caso, sono nomi di calciatori che di soldi ne hanno guadagnati (e non di rado sperperati) a vagonate, ma hanno soprattutto attraversato e interpretato i loro tempi. Contribuendo a plasmarli.
Gente per cui le maglie del club e della Nazionale erano una pelle, un pegno d’onore. E quello non ha prezzo.
di Fulvio Giuliani
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